Pensieri di notte

Stanotte non riesco a dormire mentre ascolto il temporale. Il picchiettio leggero, timido, scosso dai tuoni come se fossero mani che spingono la pioggia un po’ più in là, solo per un momento. 

Stanotte ascolto il temporale ed il tuo respiro farsi cadenzato e profondo, lontano dalla mia bocca. Quando ti vedo così vorrei soltanto sapere cosa sogni, se in qualche anfratto dei tuoi riccioli si infrange anche una scaglia di me. 

Stanotte ascolto il temporale e cerco il silenzio nel rumore. Non ha voce e tu intanto ti fai sempre più vicino a me, non rubi la coperta, rubi, senza saperlo, me. 

Forse sarebbe meglio capire che non c’è più nulla da ascoltare, che il cielo si è calmato e tra qualche ora comincerà di nuovo ad albeggiare, liquido colare sul mondo.

Forse sarebbe meglio capire che ci sono sempre degli squarci nella tela e che hanno il dono di parlare attraverso le nuvole.

Forse, allora, dovremmo soltanto imparare ad ascoltare. 

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Foto scattata da mio papà, credo nel 2008, Isola d’Elba, Lacona, dove pioveva sempre il quindici di Agosto.

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Prove di inizi

La prima volta che la vide fu dentro ad uno specchio, mentre lei guardava fuori dalla grande finestra del salotto dei suoi nonni. Se lo chiedeste a Raffaele tuttavia, risponderebbe di non averlo fatto, perché, semplicemente non lo ricorda, come non ricorda quante volte l’abbia vista prima di leggerle gli occhi: dentro sembrava avere tutto quello che Raffaele aveva dimenticato, persino l’albero in mezzo al campo dove si sedevano dopo aver corso tutto il pomeriggio e tiravano fuori le more appena colte. Andavano sempre dopo che aveva piovuto: le more erano più dolci quando assorbono acqua. Le contavano e le dividevano equamente, una buona squadra. Dentro i suoi occhi rivide il persino vestito blu che mise al suo matrimonio, la vide mentre si guardava le scarpe e non poteva correre da nessuna parte. Poi vide Maddalena riflessa nello specchio di casa sua, mentre toccava i petali di un fiore sul cassettone, riflessa mentre imbarazzata  gli sorrideva e ritraeva la mano, con il rossetto rosso, quello che metteva solo l’estate al mare da ragazza, per essere più carina. Adesso lo aveva indosso a Dicembre.

Se chiedeste sempre a Raffaele perché non avesse avuto il coraggio di leggerla prima, la risposta sarebbe semplice e lampante: aveva paura di poterla crepare, aveva paura di non essere all’altezza delle sue gambe affusolate. Non aveva torto, ma non aveva nemmeno capito che così facendo non solo aveva crepato le sue guance, ma aveva spezzato una parte di quella donna, quella parte che aveva consegnato al suo altare già da bambina.

River

Ormai è qualche anno che ho perso la bellezza delle parole. Ho supplicato la mia anima di non venire meno al suo compito di scovare la dolcezza persino quando bisogna svegliarsi troppo presto al mattino. Ho finito per perderla, e, sinceramente, non so quanto di tutto questo sia colpa mia, sento che in realtà non c’entro io se il sole ha scelto di calare nel mio sguardo. Così in quelle mattine dove mi svegliavo presto, vedevo solo e sempre una luce pallida, rosea, una luce che non esisteva. Ho fatto amicizia con la luna e le ho strappato mille preghiere dalle labbra: lei non ha saputo esaudire tutto. Non era nemmeno colpa sua se il sole si era lasciato cadere. Ho iniziato a dire allora di essere in grado di vivere senza nessun sole, nessun’aureola a scaldarmi le mani quando dovevo aprire il cancellato di casa e non riuscivo a inserire le chiavi nella toppa per il ghiaccio. Sono rimasta chiusa fuori a lungo, e mi sentivo così male per una cosa così stupida, come un vaso vuoto, a cui una donna si era dimenticata di mettere il coperchio. Avevo imparato a non sperare in niente. E ci era voluto pochissimo tempo a frantumare i miei occhi e a renderli due perle scarlatte, dove non si poteva più vedere niente se non qualcosa di assente e di passato. Mi sentivo come un abisso, che non voleva capire e allo stesso tempo non desiderava altro se non avere finalmente un appiglio. Ho trovato solo uno scoglio e, al posto di affogare tra le onde, sono annegata nel suo abbraccio di roccia e salsedine. Quell’appiglio, quella certezza, voleva soltanto squarciarmi. 

Allo stesso modo in cui ho perso la bellezza delle parole, ho perso la bellezza del suono, mi sono chiusa in un silenzio per nulla evidente, perché parlava sempre, ma solo delle cose più stupide. Nessuno si è domandato niente, e ho cominciato a pensare che di per sé i miei occhi più che scarlatti, erano tremendi, e trasparenti. Invisibili quanto me. Nessuno ha visto in quel lago desolato un pezzo di vita rimasto impigliato nella retina.

Nessuno lo ha preso tra le mani, nessuno ne ha bevuto un sorso: tutto è stato inghiottito dalla stessa identica luce arancione dei lampioni, quando, dentro casa, non si capisce se sia tutto un continuo tramonto o semplicemente la notte.

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Barbès-Rochechouart, 00:24

Vorrei sapere cosa significa poter saltare l’orizzonte,

io che ieri non avevo i soldi per il biglietto

della metro

ho saltato

e mi sono impigliata sui tornelli

sebbene non avessi 

stringhe

lacci

fili

nastri

capelli.

 

Ieri sulla metro le luci erano arancioni 

e il mio cappotto si è sgualcito, 

toccando la felpa di un ragazzo accanto a me, 

mi ha guardato 

mi sono chiesta cosa avrei perso nel perdermi 

mi sono chiesta come sia sentire le mani di qualcun altro sul seno.

 

Ieri sulla metro le luci erano arancioni

e nel vedermi riflessa 

ho visto i miei occhi sciogliersi

come in un dipinto ad olio. 

E non ho fatto nulla

come se

la mia vita fosse nata per diventare una goccia,

di pioggia e di tempera.

Giornate

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Petit Trianon de Marie-Antoinette, Versailles, 2017

Fuori c’era la neve. Forse solo schiuma da barba. Forse onde infrante, come me, sul fondo di un bicchiere.

Dentro, dentro non lo so cosa ci fosse. Non mi interessava, penso. Se devo essere sincera mi ricordo così poco: so però che quel bianco, quella neve, era in verità pelle di un divano, intagliato dalla luce di un tramonto cittadino, dai pini, in un Luglio assolato ma che, chi amavo, stava passando sotto le coperte.

Su quel divano quanto sudavo, aspettavo di avere il coraggio di capire. Volevo scappare, invece ero impigliata nella rete di tutti quegli aghi di pino. Mi sentivo sommersa al secondo piano di un palazzo pieno di balconi e finestre larghe, da cui guardare solo le strade riempirsi di traffico, di gente che, almeno, scappa.

Se poi dopo avevo la possibilità di correre via, allora non lo facevo. Mi è sempre piaciuto il lamento fine a se stesso, un ululato di piagnucolii inutili. Sempre piaciuto, sì. Eppure non potevo più averlo. Mugugnavano le mie mani giunte, e sfoggiavo i sorrisi più brillanti.

Allora, anche oggi, guardo le strade piene di macchine. Il vento ne tratteggia i tettucci e la chioma degli alberi sussulta. Sono automobili inchiodate -perché io non riesco a non muovermi in macchina?, perché voglio superare chiunque se non posso andare da nessuna parte?

Ieri mi sono messa una camicia fucsia, scollata. Pioveva e volevo del colore sul petto. Ero felice, poi mi sono guardata negli occhi e mi è venuta voglia di strapparmi in un pianto. Non l’ho fatto, è successo solo quando sono salita in macchina e ho iniziato a parlare con il parabrezza e il Lungotevere. Era come confessarmi ai platani, mentre loro mi accarezzavano i capelli.

Metamorfosi di agrumi

 

Non ho mai tempo per me, oscillo tra mattine tutte uguali, che iniziano a pizzicarmi il naso per il freddo ma che io comunque faccio finta di non sentire, come faccio per fin troppe cose nella mia vita. Mi sembra quasi che io abbia smesso di credere, non so nemmeno io tanto bene in che cosa. Ho semplicemente smesso. E adesso mi guardo le mani che si dimenticano come si fa ad abbandonare se stesse in una storia che non troverà mai fine. Questa mia vita è diventata uno zibaldone senza senso, dove lascio pezzi di me che sembrano taglienti ma si frantumano con un solo sguardo. Insieme al tempo e alla giovinezza ho perso la fantasia. Mi sono spenta come le candele alla citronella in una sera d’estate. Subito dopo è arrivato Inverno: non solo mi ha spento, mi ha anche lasciato lì, a godermi il ghiaccio. Non servivo più a niente.

Sono così, una candela alla citronella a Dicembre. 

Eccomi ora, a guardare schizzi di colore che sembrano sangue, mi ritrovo a gridare senza emettere alcun suono, nemmeno un rantolo, un vagito. Sento solo questa musica che vorrei lenire con i miei sorrisi ma che non si lascia accarezzare come un cane randagio.

Eccomi ora, ad origliare da parte chiuse discorsi che non vorrei sentire, come una droga non riesco a staccare le orecchie da quelle parole, che fanno marcire tutto quello che di bello ho in me. Non so più ritrovarla, la mia dolcezza, la mia bellezza, che avevo ed ora non vedo, non trovo. La mia vita è un susseguirsi di non. Una fila di onde che si infrangono solo su loro stesse, e non raggiungono scogli, spiaggia, niente. A volte mi capita di ascoltare solo risposte di cui devo pormi le domande. Allora mi chiedo se la mia vita non sia una domanda girata al contrario, per questo ha solo risposte senza senso.

Una candela che piange lacrime non sue.

02:52

Stamattina, alle otto e venti di una domenica insulsa, mi sono svegliata per sbaglio, con qualche voce a dire qualcosa in una qualche stanza, ma non mi sono domandata perché succedesse, come tante cose nella mia vita. Ho chiuso gli occhi e li ho riaperti un’ora dopo, mentre il baccano si faceva più forte e sentivo di dover uscire dalla mia camera. Mi sono infilata qualcosa -d’estate fa troppo caldo per rimanere tutta la notte vestiti- ed ho aperto la porta. Fuori il deserto, le bocche mute proprio in quel secondo. Non ho trovato niente e nessuno, se non una macchina che se ne va e mi lascia indietro, una macchina che guardo dalla vetrata in salone, su cui l’altro giorno hanno tirato un uovo tra le altre cose. Sarei potuta uscire, inseguire quelle ruote, le avrei raggiunte all’incrocio. Invece sono rimasta lì, neanche paralizzata, semplicemente ferma. Se qualcuno mi avesse vista avrebbe visto una ragazzina con una maglietta corta e i capelli scarmigliati. Poi avrebbe visto il mio sguardo, cinereo e nascosto da un velo che per fili aveva soltanto dei respiri che avevo scelto di lasciar correre via senza assaporarli. Avrebbe visto una stupida fissare il vetro della finestra e non quello che c’era fuori. Credo che la mia vita non sia mai stata così sola.

Un po’ sola

Non imparerò mai il dolore, non imparerò mai a cadere, perché quando mi faccio male strappo via le croste. Le ferite non sanno come rimarginarsi. A volte mi chiedo perché io voglia che le mie cicatrici rimangano in rilievo, come un crinale sulla mia pelle, un brivido soffocato. E intanto, comunque, cado. Ricordo quando scrissi, ormai un anno e mezzo fa, che tu eri un sole timido, che aveva smesso di tagliarsi i raggi perché se il mondo lo aveva graffiato aveva il diritto di farlo anche lui. Che strano mondo doveva essere quello, capace di tagliare la lava. Oggi il mio sole continua a splendere in una stanza un po’ buia, con gli occhi spenti ma che appena mi vedono brillano. Sembri un pulcino, che parla per vezzeggiativi, come se potessi tornare indietro, come se fossi un bambino con la paura del buio, di rimanere da solo.