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Sin da quando era bambina non aveva mai ben capito quando dovesse stare zitta oppure gridare. Litigava quando non doveva, non parlava quando avrebbe dovuto. Così la sua vita girava al contrario, un orologio che non aveva ben capito in che senso correre, e lei lo assecondava, lasciandosi andare alla deriva su lancette che le sembravano onde. Alla fine non aveva vissuto male, vedendo il mondo dall’opposto vedeva cose che altri non notavano, vedeva cose che gli altri non potevano appunto vedere. Aveva due occhi e riusciva a guardare solo lontano, senza capire neanche lei perché. Un giorno si era svegliata e aveva capito che qualcosa in ciò che era non le andava a genio, ma non era il suo andare indietro e troppo avanti, era semplicemente lei stessa: non era l’unica a capire il mondo in quello strano senso, ma tutti gli altri riuscivano a mascherarlo, sotto vestiti grigi. Lei però adorava i colori, soprattutto quando non avrebbe dovuto indossarli, e voleva farsi osservare dal mondo, e osservarlo a sua volta dalle tende di casa sua, quelle che aveva comprato in saldo dopo che la pioggia aveva assalito e allagato tutto quanto, ma non lei, che nel suo contrario aveva visto quell’allagamento come un meraviglioso motivo per cambiare le tende e i tappeti, e il divano, e il tavolo del salone, nonostante i soldi mancassero. Era fatta così, con i capelli neri e gli occhi azzurri -un altro opposto a giocarsi sulle sue guance, che sorridevano in una smorfia e in una risata trovavano solo cose a cui pensare. Era fatta così, ma lei non conosceva altro modo per camminare nella sua vita, e quello le piaceva, in fondo in fondo.

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