Giornate

IMG_20170510_143629 copia
Petit Trianon de Marie-Antoinette, Versailles, 2017

Fuori c’era la neve. Forse solo schiuma da barba. Forse onde infrante, come me, sul fondo di un bicchiere.

Dentro, dentro non lo so cosa ci fosse. Non mi interessava, penso. Se devo essere sincera mi ricordo così poco: so però che quel bianco, quella neve, era in verità pelle di un divano, intagliato dalla luce di un tramonto cittadino, dai pini, in un Luglio assolato ma che, chi amavo, stava passando sotto le coperte.

Su quel divano quanto sudavo, aspettavo di avere il coraggio di capire. Volevo scappare, invece ero impigliata nella rete di tutti quegli aghi di pino. Mi sentivo sommersa al secondo piano di un palazzo pieno di balconi e finestre larghe, da cui guardare solo le strade riempirsi di traffico, di gente che, almeno, scappa.

Se poi dopo avevo la possibilità di correre via, allora non lo facevo. Mi è sempre piaciuto il lamento fine a se stesso, un ululato di piagnucolii inutili. Sempre piaciuto, sì. Eppure non potevo più averlo. Mugugnavano le mie mani giunte, e sfoggiavo i sorrisi più brillanti.

Allora, anche oggi, guardo le strade piene di macchine. Il vento ne tratteggia i tettucci e la chioma degli alberi sussulta. Sono automobili inchiodate -perché io non riesco a non muovermi in macchina?, perché voglio superare chiunque se non posso andare da nessuna parte?

Ieri mi sono messa una camicia fucsia, scollata. Pioveva e volevo del colore sul petto. Ero felice, poi mi sono guardata negli occhi e mi è venuta voglia di strapparmi in un pianto. Non l’ho fatto, è successo solo quando sono salita in macchina e ho iniziato a parlare con il parabrezza e il Lungotevere. Era come confessarmi ai platani, mentre loro mi accarezzavano i capelli.

Annunci

Mania di sole

Una luce ti taglia il viso.

Il mio, invece,

incollato alla finestra,

non capisce e non guarda.

Siamo come divisi in un bicchiere d’acqua

e le parole non servono.

Eppure io, persino con le labbra squarciate,

coprirei le tue come un lenzuolo

come una rete

che cattura solo il respiro.

Mi manchi, e sono banale

mentre sento di non averti più

dentro

a crescere come edera ,

a rubarmi la gola

Il tuo corpo

sembra lungo quanto un’onda

le dita ne sono spuma

sdraiate,

come te,

sul mio petto ;

se quell’acqua,

quei flutti ,

fossero in realtà

solo gambi di rose

no

forse rami di Zagara e di estate,

collane di bacche,

allora

sarei come questa mattina

di velluto

di silenzio.

S

Ho bisogno di scrivere di te. Ho bisogno di scrivere delle tue mani, delle tue labbra, persino della tua voce. Ho bisogno delle tue mani, delle tue labbra, persino della tua voce, un po’ acuta, la più bella che io abbia mai sentito. Sono banale, lo so, ma mi manchi. Tanto tanto. Mi sento di nuovo una bambina con te, quando rido, quando piango, appena vivo. Ora tutto mi sembra lontano. E un po’ lontano lo è davvero, troppo. Non è che io ci possa fare molto però. La prima volta che ci siamo visti non ci siamo nemmeno detti ciao. Uno stupido ciao. Neanche quello. Non ti avevo guardato, anche perché da quando l’ho fatto mi sei entrato nella testa, sai? Adesso non te ne vai più e non so come fare a mandarti via. Vorrei chiederti aiuto, ma sentirti mi farebbe solo male, e non mi aiuteresti, anzi peggioreresti tutto, me compresa.
Nei tuoi occhi ho trovato qualcosa. Quel qualcosa che non ti levi più dalla testa, quello che ti assilla, ossessiona e tu non sai ancora cos’è -non lo saprai mai. Portami via da qui, portami con te, prometto che mi faccio piccola piccola, infilami nella tua valigia, non sarò più grande di una tua maglietta -non più grande di quella maglietta nera che mettevi sempre. Sarò tutto quello che vorrai, basta che tu me lo chieda, mentre io non dovrò chiederti nulla: sei già tutto quello che voglio.

E tu non sai niente, non sai niente di me e mai lo saprai.

Inviato su me.

Troppo.

cropped-large-1.jpg

Un vulcano dove scorrono l’insicurezza e il dubbio, un uragano che spazza via la stella polare e il sole stesso, uno tsunami che travolge i desideri e la speranza. Questo era lui. Ma io invece cosa ero? Se lui era la calamità, io dovevo essere la calma dopo lui -la tempesta. Perché si sa, gli opposti si attraggono ed io mi sentivo così trascinata. Forse un filo magnetico mi spingeva tra le saette che quegli occhi lanciavano, in quel petto dove tuoni rombavano appena osavo avvicinarmi. Ero forse la sua acqua, dove trovava freschezza e sollievo solo dopo essere andato a fuoco e aver fatto bruciare anche me? Sì, il nostro era un amore tanto scottante quanto gelido, tanto vivo quanto inanimato, tanto vero quanto finto. Finto come l’odio che io dicevo di sentire nei suoi confronti.  ‘Ti odio, bastardo.’ Credo che i ruoli un giorno si siano invertiti, e non siano più tornati ai legittimi proprietari. Un’altra semplice litigata finché non sono cambiata, la sorgente da cui zampillava solo fresca linfa era un ricordo lontano, solo lava incandescente scappava da quella fonte. Ero un mare in burrasca, lo uccidevo con le mie ondate di rabbia ed odio, e quando lo lasciavo affogare in me lui, piangendo, si sentiva a casa, cullato dal silenzio del mio mondo sottomarino. E lì lui è morto, e con lui sono morta anch’io. Una storia lontana da ora, in una vita che di morto sembra non avere niente, ma io con lui mi sono annullata. Siamo diventati due zeri, o forse un meno e un più. Chi poi sia davvero positivo o negativo non lo sa nemmeno Dio. Sono scappata, mentre lui continuava a uccidersi ed uccidermi perché io dovevo vivere, sentivo la vita supplicare sotto la mia pelle ormai diafana e fredda. Ma io non lo so cos’è la vita adesso, come potevo saperlo prima? Ma almeno sapevo di non vivere.

Avrei davvero voluto morire
quando lei mi lasciò in affannoso pianto.

Volevi davvero morire, amore mio? Non piangere, sono qui, non me ne sono mai andata, non me ne andrò mai.

E tutta molle d’un sudor di gelo,
e smorta in viso come erba che langue,
tremo e fremo di brividi, ed anelo
tacito, esangue.

Sola.

Eccoci qui senza idee, di nuovo. Che sia chiaro non perché io abbia una mente noiosa -….- tanto quanto perché nessun argomento mi sembra adatto. Potrei parlare delle mie vacanze, ma mi sembra banale, potrei parlarvi dell’ambiente, di letteratura, tuttavia preferisco scervellarmi su una branca del mondo ancora inesplorato: me stessa. Chissà se mai qualcuno sarà in grado, o almeno vorrà, scostare il velo sotto cui celo i miei lineamenti meno delicati e le mie emozioni più marcate. Quei sentimenti che non lascio scappare dalla mia gabbia toracica, li imprigiono nelle mie costole. Ma poi, parlando seriamente, di cosa potrei mai parlarvi? Del mio senso di inadeguatezza o della mia timidezza? Di ciò che provo o che vorrei provare. Vorrei vivere una vita costellata di baci, attimi fuggenti e labbra morbide, mentre le mie stelle sono lettere nere come la pece, i miei istanti sono interminabili e le labbra sono screpolate. Sono sola, sola come poche volte ho pensato di poter essere e al tempo stesso non lo sono, come è possibile? Vivo una dicotomia perenne,  due strade parallele si inalberano tra le mie terminazioni nervose e mi sfiorano il cervello. E io cosa dovrei fare? Sono solitaria, ma mi piace stare insieme. Sono il confine, il filo che unisce due pezzi di un tessuto. Sono io, la ragazza sola in compagnia.

Piangere.

Quando piangeva le sembrava che tutto il male del mondo scorresse tra le rapide delle sue guance pesca. Il dolore scrosciava sulle rocce impervie che erano le sue labbra per poi precipitare in una cascata di morbida pelle color della luna. Proprio allora iniziava la tempesta: saette illuminavano le sue pupille, tuoni le sconquassavano il petto e lei, semplicemente, non sapeva cosa fare, se non piangere ancora più disperatamente. Solo una luce era in grado di farla calmare. Due braccia calde quanto l’estate, capelli chiari come il sole e occhi caraibici. La pioggia, solo lambendo con lo sguardo quel pezzo di paradiso, si fermava.

Finzione o realtà?

La chioma degli alberi mi è sempre apparsa come splendida ed invalicabile, un limite contro cui non potevo fare niente. Finché non ho deciso di arrampicarmi. Ho insinuato le dita tra le fenditure della corteccia, ho gustato l’ascesa ad un traguardo e ho percepito il vento accarezzarmi e rendermi più leggera. Ma poi, quando i rami si diradavano , i raggi del sole si sono scatenati contro i miei occhi, non permettendomi di vedere l’arrivo, e tanto meno di raggiungerlo. Sono precipitata in un tonfo di foglie secche e terra smossa. Sconvolta per la caduta, sono rimasta immobile, aspettando che l’humus dl bosco mi seppellisse. Ma la foresta, in una frazione di secondo, si era dissolta ed io ero solamente ferma nel mio letto, con gli occhi larghi e il fiatone.

Tutto era una finzione, tutto era immaginazione, tutto era un incubo. Allora perché mi sentivo così rispetto a qualcosa che non avevo mai provato? Perché sentivo la bora cullare il mio sonno? Perché vedevo il sole squarciare il buio se ero nell’oscurità? Perché mi sentivo morire se respiravo?

Non seppi darmi risposta e in più non sapevo stare nemmeno ferma per molto. Per questo mi alzai dal letto e sentii la sensazione di dolore alla schiena dovuto al mio precipitare invisibile. Non so perché ogni notte sognavo di cadere dal tetto, dagli alberi, dal mondo. Ho cercato anche di dare una spiegazione a tutto ciò.

Google: ‘significato di cadere in sogno’

(…) può essere presagio di avversità in arrivo. Il posto alto può essere simbolo di una situazione forse troppo impegnativa per noi, abbiamo paura di sbagliare e di perdere tutto quello che abbiamo conquistato.

Quindi ho paura, ho di nuovo paura? Ma di cosa questa volta? Tremo per troppe cose. Sono come una di quelle foglie.

Noi, come le foglie genera la fiorita stagione di primavera, quando a un tratto crescono ai raggi del sole, simili a quelle, per breve tempo del fiore di giovinezza godiamo, da parte degli dei ignorando così il male come il bene.

Ma faccio parte delle foglie verdi o di quelle secche?

Ma le nere sorti sovrastano, l’una recando il termine di vecchiaia molesta, l’altra di morte: e per poco nasce di giovinezza il frutto, quanto sulla terra si spande il sole. Ma appena poi questo termine di tempo sia trascorso, morire subito, ecco, è meglio che vivere.

Sai una cosa Mimnermo? Io faccio parte delle foglie verdi, giovani e belle. Ed anche quando cadrò in un fruscio, sarò sempre viva. Perché vivere subito, ecco, è meglio che morire.

Diversa.

Mi sono resa conto di non saper parlare di me in prima persona, e il che è abbastanza deprimente. Uso descrizioni, trame intriganti di vite che vorrei essere io a vivere, parole che non ho il coraggio di dire. E non so nemmeno io perché. Non so raccontare le mie giornate senza cadere nell’anormale, non so essere me senza apparire diversa. Più volte ho pensato di voler essere normale, normale come vogliono loro, anche solo per un minuto, per vedere cosa si prova ad avere il corpo più bello, ad essere la più popolare, ad avere mille ragazzi che sbavano ai tuoi piedi. Ma poi, ragionandoci a mente lucida, capisco che non ne ho bisogno e che è la mia diversità, il non saper parlare di me in prima persona, le mie parole buttate al vento sono ciò che mi fanno essere normale. Perché la normalità non è qualcosa con cui si vive perfettamente in armonia? E allora mi piace parlare di me in terza persona, perché voglio essere normale per me stessa, ma diversa per tutto il mondo.