Mi affido a te

Ventuno rose di porpora, è tutto ciò che ho. Una decadenza che si scopre cornucopia, è tutto ciò che rappresento, quello per cui grido: i riflessi degli specchi, nei camerini, e le cosce che sembrano infinite, gambe che corrono e occhi che non sanno come non guardarsi, questo è lui. Un lui che ho iniziato a dimenticare, ricordo solo che le sue labbra sapevano di vino, le braccia erano animali che nuotavano dentro di me e che mi rapivano ogni notte: lui, tutti sogni di cui non ricordo nulla. Non ci siamo neanche presentati la prima volta che ci siamo visti, forse perché alla fine ci piacciono le sorprese, scoprirsi accanto e con le mani già intrecciate sul treno, a guardare fuori mentre sul riflesso del vetro vedo lui.

Era un mosaico di crepuscoli quella nostra vita insieme. Scappava via alla luce del mattino e io rimanevo sdraiata sulla mia giornata come se fosse quel letto. Non pensavo potesse essere così presente un’assenza. Si era fatto Inverno e c’era anche qualche nuvola, un cielo di cenere. Il sonno non è arrivato e non è arrivato neanche lui, e fuori il grigio era diventato nero, tuoni a sconquassarmi l’anima. Ho sceso le scale, ho corso per strada, poteva anche essersi sbagliato, troppo stanco, quasi cieco potrebbe aver citofonato all’interno sbagliato, giù, tra quelle rose appassite, non ventuno, non una, pianura di petali antichi, una bellezza di perla. Forse quelle rose bianche lo avevano attratto nell’interno della signora Marta e io ero solo una povera scema. Di piangere non se ne parlava, ci pensava già la mia vita a grondare di mascara, era una Venere con il trucco colato.

Un po’ a caso

 

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Qualche volta mi incanto, con la faccia da ebete, sì quella lì, gli occhi di vetro. Vorrei sapere cosa si ci riflette quando non vedono più niente, e guardo la finestra del salone, che secondo me è troppo grossa e prima o poi qualcuno ci sbatte contro. È che mi piacciono le cose pulite e ci passo le giornate a passarci di tutto, brillantanti comprati con l’offerta del giorno. Una vita un po’ triste, passata ad incantarsi delle cose troppo piccole e non notare che su quella finestra, su quella mia vita, un graffio c’era, ed era lungo quanto le mie braccia, lungo i fianchi, inerti, incantate anche loro.
Qualche volta mi chiedo se non bevo troppo caffè, e so darmi anche una risposta subito: ne bevo troppo, mi ubriaco di caffè perché con il vino ho già dato. Gli anni più leggeri passati con una bottiglia nascosta nella scatola dei giocattoli vecchi, mia mamma che la trova e la lancia dal balcone, ‘sei troppo piccola’ e allora mi chiedo anche se questo troppo caffè, questo troppo piccola, troppo grande in realtà non sia tutto una copertura per non lasciare che la vita si viva davvero, con il caffè e il vino in una tazza, a solleticarti l’anima e una lingua paralizzata.
Qualche volta mi perdo in una giornata di fumo e nebbia, che sembrano uguali e invece non ci prendono niente. Sarà che a me la puzza di bruciato sembra un profumo, sarà che a me il troppo fa impazzire, e mi faceva impazzire anche lui, e troppo non è stato mai. O almeno troppo un po’ sì, ma al contrario, troppo poco, la sua carne non bruciata, non al sangue, ma fredda di frigo, come la domenica a pranzo, che la tiro fuori dalla confezione gialla e strappo la plastica e la mangio anche io quella bistecca, mentre vorrei mangiarmi solo tutti i mattoni di casa mia, farla scomparire e rimanere senza tetto, senza lui. Non so quanto sia normale desiderare tutto questo, desiderare di scomparire senza dover morire, tanta gente ci avrà pensato, tanta gente sarà scappata. Io però mi incanto e si è fatta ora di pranzo, scongelo la carne -il caffè mi cade sui piedi.

Non penso

Faccio finta di guardare il mondo mentre guardo te -gli alberi, la neve e gli occhi lucidi di chi ama troppo e non sa come fare. Ti dedico la mia mano mentre la stringi e a stento respiro, catturata dalle tue labbra: non c’è vergogna nel raccontare come mi prendi, la lingua che scende, braccia che raccolgono una lacrima in un abbraccio. Se lo avessi saputo, ti avrei amato prima, lontano da chi di amarti non era capace, con gli occhi tesi in una nebbia di banchi e compagni di scuola, quelli che non lasci mai. Servirebbe un saluto di commiato alla vita che non conosco più senza di te, mentre ti addormenti sul pullman, appoggiato sul finestrino o sulla mia spalla. Poi cadi ad ogni curva ed è un piacere vederti fragile ‘Dove vai? Torni? Resta con me.’
E io resto perché non so fare altro

Perdere

Avevi una felpa bruttissima, e la testa nascosta nel cappuccio, lo sguardo basso che ti fa innamorare, io che non avevo mai voluto due occhi così addosso,  e non capivo come si potesse vivere senza averceli. Ero piccola, non che adesso io sia tanto più grande, ma qualche anno è passato. Ma, come solo io posso fare, continuo ad addormentarmi con te sulle labbra, a scrivere il tuo nome sul polso – magari mi finisci nel sangue e mi ricordo i tuoi occhi, quando mi baciavi la pancia troppo morbida e le mani troppo sudate.

Non mi hai detto ‘ciao’ la prima volta che ci siamo visti, e forse se non ti avessi salutato io non mi avresti neanche rivolto la parola. Poi mi hai guardato e avevi lo sguardo di chi è già un po’ perso. Io non ci capivo niente e avevo la testa lontana, già dentro di te, con le dita tra i tuoi capelli neri. Ti ho sorriso così tante volte che ho perso il conto, con te perdevo un po’ il conto di tutto, dei passi che avevo allungato – fare il giro lungo per arrivare a casa e rimanere seduta per terra, chiusa fuori -, i minuti ad aspettarti alla fermata come una cretina. Mi hai baciato di fretta e a me tremavano le gambe, proprio sulla banchina, con il treno che scappava via. Per tornare a casa ho corso e non ho mangiato niente la sera e il giorno dopo, lo stomaco chiuso come le quattordicenni, ma io quattordici anni ce li avevo davvero.

Quanto tempo a pensare ‘e se’, se tu fossi stato qui, se io fossi stata lì, se un’altra estate, un po’ più grandi tutti e due, se mentre stavi ripartendo ti avessi dato un bacio sarebbe stata la stessa cosa, questa vita, questa vita adesso. Non so, con te non so niente, e quel bacio sarebbe stato da sogno, un po’ di fretta perché noi siamo sempre stati di corsa, a rincorrere due settimane che non ci sono mai state accanto, solo di fronte. Le ho afferrate solo per un attimo e con le scale mobili me ne sono andata. Avevi le cuffiette ma in realtà ascoltavi me, che senza dire nulla ti avevo aperto il mio mondo.

(Senza) senso

Avrei dovuto amare le mille storie dei miei libri,

invece ho scelto di amare te, e le nostre mille storie

-perché amarti non aveva senso e a me le cose che non hanno senso piacciono da morire,

e mi piaci anche tu, la mattina quando non capisci niente, mi guardi e ti riaddormenti.

I mercoledì dove non devi fare nulla,

e ami me,

e io che non capisco, ma poi mi dai un bacio e mi rendo conto che noi non dobbiamo avere per forza un senso

(è questo che mi ha fatto innamorare, quando rido e non so perché

e tu ridi con me

‘Babbea’);

che stiamo bene così, i mercoledì e i lunedì, i sabati e il sushi a portar via, gli anni, le feste, l’ultimo dell’anno a fare l’amore di nascosto;

mi rendo conto che

ti amerò anche domani.

Sorridere?

 

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Se c’è una cosa che non dimenticherò mai è il suo sorriso. Potreste dire ‘banale come scelta per descrivere l’unica persona che hai mai amato’, ma è l’unica cosa che non dimenticherò mai davvero. Il sorriso che dico io non era uno dei tanti che si fanno, quei sorrisi distratti, un po’ di fretta, era un sorriso che non lo lasci più.

Non so perché lo feci, tuttora non saprei spiegarmelo, non era destino, Karma o comunque si chiami, probabilmente era sfiga, una sfortuna che decise di srotolarsi in un pomeriggio di Gennaio, con il sole che scappa troppo presto e quando c’è preferisce coprirsi sotto le nuvole, con Claudia che aveva un maglione rosso scuro, e io che non avevo più niente. Baciai Flavia quasi per sbaglio, dopo aver studiato troppo e aver bevuto un caffè amarissimo nel tentativo di svegliarmi almeno un po’, sarà che a me le giornate di pioggia mettono sonno. Magari stavo dormendo e non mi sono neanche accorto di quello che stavo facendo, ma se dicessi così sarei solo un bugiardo. Alle gambe di Flavia ci avevo pensato tante volte, lo ammetto, e anche ai suoi occhi marroni, che a differenza del caffè sembravano essere dolcissimi, quasi un cerbiatto, glielo dico ancora quando si mette tutto quell’ombretto,  anche se secondo me non le sta nemmeno così bene. A Claudia stava bene tutto invece, anche gli ombretti che detesto e i vestiti larghi, quelli da domenica mattina in pigiama, una maglietta lunga, bianca, senza reggiseno. Quando la vedevo camminare per casa qualche volta pensavo alla sera in cui ci eravamo conosciuti, in Corsica, lei amica di un mio amico che non era così tanto un mio amico, mentre io un bacio sulla spiaggia già me lo immaginavo, un bacio come in quei film che odio, ma che ho amato sulle sue labbra, con la sabbia sotto i piedi e il sale ancora in bocca dopo il bagno. Comunque io a Flavia ci avevo pensato un sacco di volte, anche se, nonostante le gambe chilometriche, quelle magliette larghe non le stavano bene, forse perché Claudia aveva anche la vita larga – e i fianchi stretti-, una vita tanto larga da farci stare anche me, accoccolato in un suo abbraccio.

Qualche sera, mentre Flavia si infila nel letto accanto a me, penso a quella Corsica e a quel sorriso, che mi divora. Mi sorrise proprio mentre stavo baciando Flavia, dopo due anni dal nostro, di primo bacio. Mi sorrise e io la vidi, mentre accarezzavo una di quelle gambe su cui avevo sognato di correre, non rendendomi conto di quanto fosse bello anche solo stare fermo con Claudia, a guardare un film, le stelle. Con Flavia era stata tutta una corsa invece. Si era messa a posto la maglietta, poi si era pettinata i capelli, e Claudia mi sorrideva, ormai lontana da me e a due passi dal letto dove ci eravamo amati così tanto. Anche se aveva uno sguardo azzurro, dentro ci vidi il nero di quel caffè amarissimo, bruciato, caduto fuori dalla tazzina. Il mondo che crolla sotto i piedi, in una pioggia di sorrisi di caffè, nelle maniche che la vedevo stringere,  un sorriso con i denti e con le labbra rosse, che tremavano.

Non mi ha più detto una parola, non mi ha più sorriso, non mi ha più guardato. E se la vedevo di nascosto, lei con le guance arrossate appena scesa dal treno, lo stomaco diventava piccolo, e Claudia correva sulle sue di gambe, era cresciuta con un singhiozzo. Ho iniziato a seguirla, Flavia era pazza di me, l’ho seguita per due anni, senza mai avere il coraggio di toccarla, sfiorarla e cercare un altro inizio, mi vergognavo troppo, dopo quattro anni ho sposato Flavia, e quando ho detto sì lei mi ha sorriso, io dentro di me piangevo.

Claudia non è venuta al mio matrimonio, io al suo ci sono andato e mi sono seduto in fondo alla navata, con lo sguardo basso. A Massimo ha sorriso distrattamente anche lei mentre prometteva tutto il suo amore -chi se non un coglione come me non l’avrebbe fatto- e forse anche lei stava piangendo dentro. L’infelicità non era mai stata così dolce.

Tornare a casa

Mi guardo e non mi riconosco più, forse i miei occhi hanno cambiato colore e si sono nascosti sotto i fianchi, in fondo alla mia vita, ora che il mondo lo guardo da lontano, senza esserci davvero dentro.Mi guardo e non mi riconosco più, con le mani attorno e tra i capelli, e te che non sei mai stato al mio fianco se non in una notte di un’estate che stava finendo, un caldo con tanti singhiozzi e in cui ti ho dato un bacio e un sorriso, e un’anima con cui giocare. Mi guardo e non mi riconosco più, scopro solo i frammenti di vetro della bottiglia di cui mi sono ubriacata con troppa violenza, cercando di dimenticare il mio nome- ci sono riuscita, a dimenticarmi, non è stato così difficile. Vorrei solo tornare indietro, basta anche qualche mese, cancellare tutto, tornare follemente innamorata di un mondo che mi amava nel mio stesso modo. Sono cambiata in un pomeriggio di un’estate che era sempre sul punto di finire,e tu eri sempre accanto a me, ma non più al mio fianco, un anno dopo, con il cielo nuvoloso e non il caldo a toccarmi. Sono salita in macchina e ho pianto tra braccia non tue.

Ieri sera guardavo le luci dal finestrino e avevo paura di non saperti più amare, di avere da baciare solo labbra sgretolate da quest’Inverno che ci ha colto di sorpresa, che mi ha colto di sorpresa, te che sei sempre placido e tranquillo quando tutto trema. Non ho mai capito, forse non ti ho mai capito e sarò prigioniera di questo mio amore folle che tu non raccogli e lasci scivolare, sicuro che sarà lì per sempre. E se così non fosse?