Da internet

Perle di saggezza che non ti aspetti

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Perdere

Avevi una felpa bruttissima, e la testa nascosta nel cappuccio, lo sguardo basso che ti fa innamorare, io che non avevo mai voluto due occhi così addosso,  e non capivo come si potesse vivere senza averceli. Ero piccola, non che adesso io sia tanto più grande, ma qualche anno è passato. Ma, come solo io posso fare, continuo ad addormentarmi con te sulle labbra, a scrivere il tuo nome sul polso – magari mi finisci nel sangue e mi ricordo i tuoi occhi, quando mi baciavi la pancia troppo morbida e le mani troppo sudate.

Non mi hai detto ‘ciao’ la prima volta che ci siamo visti, e forse se non ti avessi salutato io non mi avresti neanche rivolto la parola. Poi mi hai guardato e avevi lo sguardo di chi è già un po’ perso. Io non ci capivo niente e avevo la testa lontana, già dentro di te, con le dita tra i tuoi capelli neri. Ti ho sorriso così tante volte che ho perso il conto, con te perdevo un po’ il conto di tutto, dei passi che avevo allungato – fare il giro lungo per arrivare a casa e rimanere seduta per terra, chiusa fuori -, i minuti ad aspettarti alla fermata come una cretina. Mi hai baciato di fretta e a me tremavano le gambe, proprio sulla banchina, con il treno che scappava via. Per tornare a casa ho corso e non ho mangiato niente la sera e il giorno dopo, lo stomaco chiuso come le quattordicenni, ma io quattordici anni ce li avevo davvero.

Quanto tempo a pensare ‘e se’, se tu fossi stato qui, se io fossi stata lì, se un’altra estate, un po’ più grandi tutti e due, se mentre stavi ripartendo ti avessi dato un bacio sarebbe stata la stessa cosa, questa vita, questa vita adesso. Non so, con te non so niente, e quel bacio sarebbe stato da sogno, un po’ di fretta perché noi siamo sempre stati di corsa, a rincorrere due settimane che non ci sono mai state accanto, solo di fronte. Le ho afferrate solo per un attimo e con le scale mobili me ne sono andata. Avevi le cuffiette ma in realtà ascoltavi me, che senza dire nulla ti avevo aperto il mio mondo.

and you drink a little too much

Avere un sogno di questi tempi non è da tutti. A quanto pare siamo la generazione della velocità, dell’usa e getta, della stupidità, del nulla, del voi che ‘ai nostri tempi…’. E non è stato difficile perdere ogni tassello della nostra umanità rivoluzionaria per avere più applausi, una notifica che suona come dita che si perdono su schermi al plasma e su pelle che solo il sabato sera si può toccare. Carne fresca, carne di vento che soffiate su di noi e di cui noi non ci accorgiamo, accecati da questo sogno che non sappiamo riconoscere e che sembra sempre lo stesso. Se ci mettessero in un caleidoscopio saremmo un quadro tanto bello da sembrare intoccabile, non saremmo in bianco e nero, in bianco e grigio come i capelli di chi ci ruba la bellezza da dietro una scrivania che probabilmente un giorno occuperemo anche noi. Dicono che gli dei ci invidino, ma come possono guardandoci ora, senza niente se non timore di non essere accettati da neanche noi sappiamo cosa? Ogni attimo potrebbe essere l’ultimo, e nessuno potrà mai ripetersi nella sua unicità e stravaganza di essere nuovo e semplicemente bello. Eppure ad un momento preferiamo una foto, dentro cui non sentiamo gli odori che la vita ci avvolge attorno con l’alito di un ragazzo appena conosciuto e che sentiamo di conoscere da sempre. Un alito che sa di vino rosso e vodka insieme, non importa più godersi il bicchiere, ma la bottiglia, qualsiasi cosa capiti dentro. E insieme all’alcool che scorre troppo veloce come noi, scopri il sesso ubriaco di bagni con la luce verde e che dimentichi la mattina dopo, che passi a vomitare oltre che l’anima, tutta la vita che sei riuscito a dimenticare in una notte.

Finiamo per cascarci dentro questo mondo e non sappiamo come uscire, ci hanno regalato ali fatte di cera ma che si sciolgono senza il sole. Tanti giovani (s)pennuti che hanno scoperto di non saper volare, mentre seguivano un sogno fatto di carta che, volando via, non hanno potuto seguire.

Fenêtre

Allora pianse, si scagliò contro se stessa al ritmo dei singhiozzi che rilassavano e inasprivano tutte le sue emozioni, perse lentamente la propria volontà; e fece la cosa più idiota che le balenò per la testa: afferrò il bicchiere, lo osservò in un ultimo desiderio di vedere quell’arcobaleno e poi lo lanciò contro la vetrata. La finestra accusò il colpo con una crepa che percorreva tutta le sua lunghezza. Fu il bicchiere ad andare in mille pezzi e subito Emma raccolse da terra un frammento abbandonato. Si graffiò il torace, le gambe, le braccia, le mani, l’orecchio destro, quello sinistro, le labbra, le guance. Il sangue le scorreva sulla pelle diafana.

Si alzò in piedi.

‘Tom, mi vedi? Sono qui davanti a te. Perché non mi vedi? Forse il sole non mi illumina abbastanza?’

Mosse un passo verso la finestra.

‘Ora?’

Spalancò le braccia, ali di albatros. Stava per gettarsi in un volo incompreso e planare tra le nuvole. Non sarebbe più tornata, immersa in una densa spuma di ricordi sbiaditi. Si vide riflessa sullo specchio che quella finestra era diventata. Era un albatros? Era stata crocifissa e non se n’era nemmeno resa conto? Non aveva sentito i chiodi conficcarsi nella pelle, nelle piume? Il dolore, la gioia, il moto silenzioso dei pianeti, il caos, la gravità, la leggerezza, il sangue, le lacrime, addensati ai suoi piedi  proprio sul parquet chiaro?

Forse un albatros messo in croce.

La vide cogliere da terra un pezzo del bicchiere e iniziare a disegnare sulla su
a pelle una cartina di sangue e ferite; il torace, le gamb
e, le braccia, le mani, l’orecchio destro, quello sinistro, le labbra, le guance, percorsi da linee confuse e che portavano solo a lui. Poi lei si alzò in piedi –l’aveva visto?- e aprì le braccia come per spiccare il volo. Sembrava un angelo, bianco, assoluto, immacolato, puro, candido. Avrebbe voluto toccarla, sentirla, guardarla senza quella maledetta vetrat
a di mezzo.

‘Emma, mi vedi? Sono qui davanti a te. Perché non mi vedi? Forse il sole non mi illumina abbastanza?’

Spannò il vetro per vederla meglio.

‘Ora?’

Capì solo guardando lei, un angelo in lacrime, cos’era successo. Capì di essere stato risucchiato in un tunnel buio che mai avrebbe trovato uno spiraglio di luce. Capì di aver speso tutto quel tempo vivendo confinato una grotta piena di stalattiti che erano morbide come i suoi capelli e gridavano il suo nome. Capì di essere stato avvolto dalle sue braccia ogni notte, solo che le mani di Emma lo accarezzavano in modo diverso: il tessuto delle lenzuola, il respiro della notte. Capì di non aver capito niente e pianse come un bambino che si era sbucciato le ginocchia, anche se lui si era graffiato la vita. Capì di non aver fatto altro se non lasciarla scivolare sulla pelle in un fiume di scelleratezza, che magari aveva scavato quel tunnel dove ora oscillava, come un impiccato senza corda.

Pensieri che zoppicano

Non sono mai riuscita a farmi crescere le unghie, in tanti anni di vita non ci sono mai riuscita. Il che fa ridere, visto che ci ho provato così tante volte. È proprio il fatto di riuscire che non fa per me. Del resto, mentre davanti a me ho la vita, non riesco a far crescere neanche quella, non ho idea di cosa farci, forse dipingerla, strapparla, mangiarla. Ma io non sono qui per parlare di cose difficili, ho finito gli esami e sto bene. E la patente, quella no, ancora non l’ho presa -mi hanno bocciato, lo ammetto. La cosa triste è che non mi pesa per niente, mi scivola addosso, come ogni cosa che non mi interessa. Lo considero un problema, questo scivolare addosso: non riuscendo a fingere interesse per le cose che appunto non mi interessano, sul mio viso si può leggere tutto quello che penso. Un libro aperto, con gli occhi di mare. Un libro bianco, da scrivere o da rimanere per tutta la vita senza neanche una parola. Sta a me scegliere di prendere la vita per mano e farla toccare montagne e evitare gli abissi -se poi evitarli sia un male credo non lo saprò mai. Ho un po’ paura di tutto, di cose stupide e di cose troppo grandi che per altri sono troppo piccole. 

‘E se lo guardi cosa vedi?’

Cosa vedo, a volte mi capita di pensare di avere davanti a me una porta che sussurra un ‘aprimi’ troppo dolce per essere vero, a volte un piccolo viale di intarsi di legno, in cui perdersi e lasciar cadere tutta me. Non saprei dirlo, mi sento giù e poi su, in un abisso dove siamo ciechi entrambi e le mani si trovano per uno spasmo sordo. Vedo anche la spontaneità di una vita che invece cresce, come edera, tutto intorno a me e mi entra nelle labbra, la purezza di uno sguardo che nasconde mille, qualcuno ritirato e qualcuno lanciato così avanti da non poter più tornare indietro, ma solo andare più lontano. Sono occhi che ad ogni passo ne fanno due e come se fossero una sfera di cristallo, vedessero quel domani, quello che abbiamo già vissuto senza rendercene conto. Forse dovrei mettere gli occhiali e osservare meglio, vedere ciglia nere che si intrecciano in un bacio e si amano come possono, in un fruscio; vedere una carezza scivolare sulla pelle e divorarla nella sua tenerezza, un morso troppo profondo e una lingua soffice come il cuscino dove i capelli si spargono come raggi; vedere un respiro soffiare più forte del vento. Ma gli occhiali non li ho ancora comprati e se lo guardo vedo solo dita afferrarsi perché di stare da sole, per una volta che vale una vita, non ne hanno la benché minima voglia.

Lights back on

Scomparse. Dove non lo sapeva neanche lei. Ma scomparse, avvolta in un mantello di notte. Così camminò per vie che non saprebbe ridire, su scogli che riflettevano il mare ed erano rocciosi quanto suoi occhi, che si scioglievano in un torrente di pietra e acqua dolce. Ma ballò, un’equilibrista su un filo di scogli e confine dell’oceano. Con i suoi passi disegnò anche la sua vita, e a volte la calpestò, altre la saltò ed altre volte sembrò volerla abbracciare. Era una vita fatta di colori che continuavano a riflettersi sugli scogli, un oceano i suoi occhi, in cui tuffarsi e capire di voler essere sempre stato un pesce; impossibile, l’aria finisce e devi uscirne per non morire. Lui fece in questo modo, cropped-929004-climate1.jpg e non ebbe più il coraggio di scendere laggiù dopo che una volta fu investito da una tempesta. Se solo sapesse che ad aspettarlo ora c’è invece una terra tutta per lui, su cui riposare e respirare tutta lei. Quell’isola il mare se l’è rimangiata, ed ora giace sul fondo, addormentata con lei. Continuò a ballare, con il caos dentro e un altro tipo di tempesta, più forte ma più tenera, da tagliare con un cucchiaio: ci sarebbe voluto un bacio, come Aurora. Forse lei avrebbe preferito rimanere a dormire un altro po’, ma avrebbe provato. Più probabilmente aveva bisogno di una birra, ma dal suo stato di scomparsa non aveva tutte queste possibilità di trovarne una, così si bevve se stessa: le sue mani sapevano di lontano e sale, le gambe erano così fruttate da sembrare un sogno estivo, le labbra un fiore da cui gustarsi acqua fresca. La birra la rubò sulla spiaggia ad un gruppo di ragazzi e, ballando, scomparse. Questa volta nell’alba.

Hunger

Lo amava come pochi sanno fare, con la facilità di una bambina di diciott’anni, un fiore che sboccia e che non può che prendersi tutte le attenzioni. Gli occhi li aveva blu come il mare, dove si era tuffata così tante volte da essere diventata un’onda anche lei, ma con le labbra rosse, il letto di un tramonto, uno di quelli che vedeva dal suo balcone e su cui immaginava di correre. Al mondo regalava occhiate languide, che a volte sembravano desiderare persino il sole. La triste verità era che lei desiderava soltanto lui, nonostante tutto, seppure non riuscisse a vederla quando gli era davanti e lo salutava con un sorriso. Forse il suo viso era troppo normale e così anche la sua voce: non sapeva parlare come gli altri, parlava con parole sconnesse, con spasmi e baci di vento, e lui non poteva capirla. La vide un giorno riflessa in uno specchio, a lei sembrava che l’avesse finalmente notata, mentre aveva solamene mosso la bocca. Si chiamava Gaia, e appena poteva viveva in un sorriso, il suo piccolo marchio di fabbrica, un marchio un po’ stanco, ma ugualmente bellissimo. La città palpitava sotto i suoi piedi, tremando, e lei faticava a seguirla, mentre si perdeva in un singhiozzo dell’asfalto, fissando il cielo e chiedendosi perché  a volte, quando le nuvole non ci sono, piove.

Addosso le rimanevano incollati brandelli di vita, come le foglie che da piccola si appiccicava sulla maglietta e che non si staccavano più. Sperava di diventare un albero ai tempi, così alto da toccare le stelle del giorno, quelle nascoste, che da terra non riusciva ad afferrare. Aveva desiderato più volte di saltare tra i fili dell’universo e suonarli come un’arpa: la sua sarebbe stata una melodia che di bello avrebbe avuto il silenzio. Era ovvio che nessuno la capisse, era ovvio che scomparisse tra gli altri, con gli occhi puntati verso momenti non ancora nati e che non avrebbe mai immaginato sarebbero arrivati -della sua vita lei non sapeva che farci. Voleva solo andare su, per sprofondare dentro il fondo di una foresta e sentirsi amata, un albero caduto che aveva conosciuto il cielo ed aveva vissuto solo per tornare al punto di partenza, un enorme cerchio con il suo corpo al centro, in una spirale di braccia e stomaco e capelli e sospiri attorcigliati.

Era questo quello che pensava durante l’ora di Geologia osservando gli occhi stanchi dei compagni e i cerchi della sua collana.

Passenger

A volte penso che non sapere niente non sarebbe così male -allo stesso modo sapere tutto. Perché in realtà, vivere così, in questo mare che non sa né di dolce né di salato, mi lascia pienamente insoddisfatta. Mi sembra di navigare e non lasciare alcuna scia dietro di me, neanche una lacrima di spuma. Forse è giusto così, barcamenarsi nella mediocrità, respirare aria sputata via già da altri e non offrire nulla di nuovo all’altare del mondo, nessuna corona di fiori, nessuna ecatombe, nessuna preghiera. Se mi chiedessero di raccontare cosa so, tutto quello che so, farei scena muta. Perché infondo infondo, nel mio lago del cor, so di non sapere niente e che nulla mai potrò sapere. Mi chiamo Alessandra e non avete bisogno di sapere come sono per capire chi sono. Preferisco lasciarvi immaginare che sia chiunque, cosa che sono, del resto, se mi vedeste in una stazione affollata, non riuscireste a riconoscermi, sono una tra tante. Quando mi guardo allo specchio mi sembro una rosa gialla, con petali forgiati sulle mie braccia e spine al sapore della mia saliva, che non punge e né avvelena, dolce come la linfa di un salice cresciuto in bilico sul mondo. Forse perché quello che so di sapere riguarda solo il mio piccolo universo, non sono altro che un passeggero di questo mondo, che cammina e non sa dove va. Qualche volta do un’occhiata fuori dal finestrino, qualche volta mi fisso i piedi e incrocio lo sguardo di un altro passeggero come me, per riconoscerci non dobbiamo nemmeno di guardarci. Anche lui è una rosa gialla, anche lui non sa niente, e anche a lui va bene così -va bene vivere in questo mondo e nasconderne un altro sotto la pelle, e lasciarlo respirare solo nel buio delle tue notti.