Da internet

Perle di saggezza che non ti aspetti

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Un po’ a caso

 

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Qualche volta mi incanto, con la faccia da ebete, sì quella lì, gli occhi di vetro. Vorrei sapere cosa si ci riflette quando non vedono più niente, e guardo la finestra del salone, che secondo me è troppo grossa e prima o poi qualcuno ci sbatte contro. È che mi piacciono le cose pulite e ci passo le giornate a passarci di tutto, brillantanti comprati con l’offerta del giorno. Una vita un po’ triste, passata ad incantarsi delle cose troppo piccole e non notare che su quella finestra, su quella mia vita, un graffio c’era, ed era lungo quanto le mie braccia, lungo i fianchi, inerti, incantate anche loro.
Qualche volta mi chiedo se non bevo troppo caffè, e so darmi anche una risposta subito: ne bevo troppo, mi ubriaco di caffè perché con il vino ho già dato. Gli anni più leggeri passati con una bottiglia nascosta nella scatola dei giocattoli vecchi, mia mamma che la trova e la lancia dal balcone, ‘sei troppo piccola’ e allora mi chiedo anche se questo troppo caffè, questo troppo piccola, troppo grande in realtà non sia tutto una copertura per non lasciare che la vita si viva davvero, con il caffè e il vino in una tazza, a solleticarti l’anima e una lingua paralizzata.
Qualche volta mi perdo in una giornata di fumo e nebbia, che sembrano uguali e invece non ci prendono niente. Sarà che a me la puzza di bruciato sembra un profumo, sarà che a me il troppo fa impazzire, e mi faceva impazzire anche lui, e troppo non è stato mai. O almeno troppo un po’ sì, ma al contrario, troppo poco, la sua carne non bruciata, non al sangue, ma fredda di frigo, come la domenica a pranzo, che la tiro fuori dalla confezione gialla e strappo la plastica e la mangio anche io quella bistecca, mentre vorrei mangiarmi solo tutti i mattoni di casa mia, farla scomparire e rimanere senza tetto, senza lui. Non so quanto sia normale desiderare tutto questo, desiderare di scomparire senza dover morire, tanta gente ci avrà pensato, tanta gente sarà scappata. Io però mi incanto e si è fatta ora di pranzo, scongelo la carne -il caffè mi cade sui piedi.

Perdere

Avevi una felpa bruttissima, e la testa nascosta nel cappuccio, lo sguardo basso che ti fa innamorare, io che non avevo mai voluto due occhi così addosso,  e non capivo come si potesse vivere senza averceli. Ero piccola, non che adesso io sia tanto più grande, ma qualche anno è passato. Ma, come solo io posso fare, continuo ad addormentarmi con te sulle labbra, a scrivere il tuo nome sul polso – magari mi finisci nel sangue e mi ricordo i tuoi occhi, quando mi baciavi la pancia troppo morbida e le mani troppo sudate.

Non mi hai detto ‘ciao’ la prima volta che ci siamo visti, e forse se non ti avessi salutato io non mi avresti neanche rivolto la parola. Poi mi hai guardato e avevi lo sguardo di chi è già un po’ perso. Io non ci capivo niente e avevo la testa lontana, già dentro di te, con le dita tra i tuoi capelli neri. Ti ho sorriso così tante volte che ho perso il conto, con te perdevo un po’ il conto di tutto, dei passi che avevo allungato – fare il giro lungo per arrivare a casa e rimanere seduta per terra, chiusa fuori -, i minuti ad aspettarti alla fermata come una cretina. Mi hai baciato di fretta e a me tremavano le gambe, proprio sulla banchina, con il treno che scappava via. Per tornare a casa ho corso e non ho mangiato niente la sera e il giorno dopo, lo stomaco chiuso come le quattordicenni, ma io quattordici anni ce li avevo davvero.

Quanto tempo a pensare ‘e se’, se tu fossi stato qui, se io fossi stata lì, se un’altra estate, un po’ più grandi tutti e due, se mentre stavi ripartendo ti avessi dato un bacio sarebbe stata la stessa cosa, questa vita, questa vita adesso. Non so, con te non so niente, e quel bacio sarebbe stato da sogno, un po’ di fretta perché noi siamo sempre stati di corsa, a rincorrere due settimane che non ci sono mai state accanto, solo di fronte. Le ho afferrate solo per un attimo e con le scale mobili me ne sono andata. Avevi le cuffiette ma in realtà ascoltavi me, che senza dire nulla ti avevo aperto il mio mondo.

(Senza) senso

Avrei dovuto amare le mille storie dei miei libri,

invece ho scelto di amare te, e le nostre mille storie

-perché amarti non aveva senso e a me le cose che non hanno senso piacciono da morire,

e mi piaci anche tu, la mattina quando non capisci niente, mi guardi e ti riaddormenti.

I mercoledì dove non devi fare nulla,

e ami me,

e io che non capisco, ma poi mi dai un bacio e mi rendo conto che noi non dobbiamo avere per forza un senso

(è questo che mi ha fatto innamorare, quando rido e non so perché

e tu ridi con me

‘Babbea’);

che stiamo bene così, i mercoledì e i lunedì, i sabati e il sushi a portar via, gli anni, le feste, l’ultimo dell’anno a fare l’amore di nascosto;

mi rendo conto che

ti amerò anche domani.

Sorridere?

 

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Se c’è una cosa che non dimenticherò mai è il suo sorriso. Potreste dire ‘banale come scelta per descrivere l’unica persona che hai mai amato’, ma è l’unica cosa che non dimenticherò mai davvero. Il sorriso che dico io non era uno dei tanti che si fanno, quei sorrisi distratti, un po’ di fretta, era un sorriso che non lo lasci più.

Non so perché lo feci, tuttora non saprei spiegarmelo, non era destino, Karma o comunque si chiami, probabilmente era sfiga, una sfortuna che decise di srotolarsi in un pomeriggio di Gennaio, con il sole che scappa troppo presto e quando c’è preferisce coprirsi sotto le nuvole, con Claudia che aveva un maglione rosso scuro, e io che non avevo più niente. Baciai Flavia quasi per sbaglio, dopo aver studiato troppo e aver bevuto un caffè amarissimo nel tentativo di svegliarmi almeno un po’, sarà che a me le giornate di pioggia mettono sonno. Magari stavo dormendo e non mi sono neanche accorto di quello che stavo facendo, ma se dicessi così sarei solo un bugiardo. Alle gambe di Flavia ci avevo pensato tante volte, lo ammetto, e anche ai suoi occhi marroni, che a differenza del caffè sembravano essere dolcissimi, quasi un cerbiatto, glielo dico ancora quando si mette tutto quell’ombretto,  anche se secondo me non le sta nemmeno così bene. A Claudia stava bene tutto invece, anche gli ombretti che detesto e i vestiti larghi, quelli da domenica mattina in pigiama, una maglietta lunga, bianca, senza reggiseno. Quando la vedevo camminare per casa qualche volta pensavo alla sera in cui ci eravamo conosciuti, in Corsica, lei amica di un mio amico che non era così tanto un mio amico, mentre io un bacio sulla spiaggia già me lo immaginavo, un bacio come in quei film che odio, ma che ho amato sulle sue labbra, con la sabbia sotto i piedi e il sale ancora in bocca dopo il bagno. Comunque io a Flavia ci avevo pensato un sacco di volte, anche se, nonostante le gambe chilometriche, quelle magliette larghe non le stavano bene, forse perché Claudia aveva anche la vita larga – e i fianchi stretti-, una vita tanto larga da farci stare anche me, accoccolato in un suo abbraccio.

Qualche sera, mentre Flavia si infila nel letto accanto a me, penso a quella Corsica e a quel sorriso, che mi divora. Mi sorrise proprio mentre stavo baciando Flavia, dopo due anni dal nostro, di primo bacio. Mi sorrise e io la vidi, mentre accarezzavo una di quelle gambe su cui avevo sognato di correre, non rendendomi conto di quanto fosse bello anche solo stare fermo con Claudia, a guardare un film, le stelle. Con Flavia era stata tutta una corsa invece. Si era messa a posto la maglietta, poi si era pettinata i capelli, e Claudia mi sorrideva, ormai lontana da me e a due passi dal letto dove ci eravamo amati così tanto. Anche se aveva uno sguardo azzurro, dentro ci vidi il nero di quel caffè amarissimo, bruciato, caduto fuori dalla tazzina. Il mondo che crolla sotto i piedi, in una pioggia di sorrisi di caffè, nelle maniche che la vedevo stringere,  un sorriso con i denti e con le labbra rosse, che tremavano.

Non mi ha più detto una parola, non mi ha più sorriso, non mi ha più guardato. E se la vedevo di nascosto, lei con le guance arrossate appena scesa dal treno, lo stomaco diventava piccolo, e Claudia correva sulle sue di gambe, era cresciuta con un singhiozzo. Ho iniziato a seguirla, Flavia era pazza di me, l’ho seguita per due anni, senza mai avere il coraggio di toccarla, sfiorarla e cercare un altro inizio, mi vergognavo troppo, dopo quattro anni ho sposato Flavia, e quando ho detto sì lei mi ha sorriso, io dentro di me piangevo.

Claudia non è venuta al mio matrimonio, io al suo ci sono andato e mi sono seduto in fondo alla navata, con lo sguardo basso. A Massimo ha sorriso distrattamente anche lei mentre prometteva tutto il suo amore -chi se non un coglione come me non l’avrebbe fatto- e forse anche lei stava piangendo dentro. L’infelicità non era mai stata così dolce.

In fiamme

Era nata cadendo. Non che fosse caduta dalle gambe di sua madre e avesse sbattuto la testa, ma aveva rischiato di farlo. L’aveva salvata una donna che non sarebbe dovuta essere lì: le piaceva pensare che il Fato avesse deciso di volerle bene in quel momento, ora che caduta lo era per davvero e aveva la giacca sporca di pioggia e di fango. Non sapeva dire in tutta sincerità come fosse inciampata, se fosse stato un singhiozzo dell’asfalto, o se lo sgambetto se lo fosse fatta da sola. Si accarezzò le mani e una striscia nera di terra le disegnò un bracciale attorno al polso. I fogli sparsi attorno a lei sembravano delle lenzuola spiegazzate, su cui si era addormentata per sbaglio e  dove aveva finito per lasciarci l’anima, in lettere nere quanto quella riga di fango sulla mano. Nessuno la aiutò e lei guardando il cielo si chiese dove fosse quel Fato che l’aveva raccolta, mentre la camicia stirata non era altro che un lontano ricordo.

«Sei in ritardo, e sei lercia» E tu sei un po’ stronzo.

Racconti di vita casuali

Marta aveva gli occhi lucidi, non poteva pensare ad una strada dove non vedesse la macchina di sua madre parcheggiata, una casa dove lei non avesse lasciato la propria vita, ma dove avrebbe dovuto comprare una nuova boccia di vetro e un nuovo pesce rosso. Invece stava per salire su un aereo verso una città in bianco e nero e che non riusciva a capire del tutto, lei che con i colori aveva convissuto fino ad allora. Un anno prima avrebbe detto che era il suo sogno, ma cambiare idea era la sua bellezza e la sua vita, si rigirava tra le coperte di pensieri che morivano appena nati, oppure le solleticano i piedi quando non aveva capito niente di cosa volesse fare.

Londra la pensava come una città di pioggia e goccioline che scivolano sotto le ciglia. Anche lei, se le avessero chiesto di cosa ne sapeva, avrebbe risposto di pioggia, quella che le si arrampicava sempre intorno alla maglietta e che odorava già di asfalto, mentre lei si godeva lo spettacolo di un pomeriggio tremendamente grigio e allo stesso tempo bello, un po’ suo. Immaginava di starsene seduta, dondolando sulla sedia in cucina, e pensando a cose che con la sua vita non c’entravano niente. Poi si sarebbe accesa una sigaretta di nascosto, lasciando che il fumo le coprisse anche l’anima. Si sarebbe preparata un caffè e avrebbe ricordato il bar sulla spiaggia dove andava d’inverno: si divertiva da morire, a scavare nella tazzina dopo aver bevuto il caffè e inzuppare la penna, disegnare panorami improbabili su fazzoletti che lasciava ad asciugare sotto il sole di Dicembre. Peccato che le capitava poche volte di avere il coraggio di alzare quei fazzoletti di carta come una bandiera e finiva per lasciare i suoi piccoli labirinti nascosti sotto la tazzina, disegnando sul tavola una chiazza marrone di caffeina e polvere.

Aveva 20 anni ed era bella come non mai.

Sedersi sull’aereo non era stata una facile impresa, e far entrare quello zaino  non era stata da meno. Se c’era una cosa che Marta era capace di fare era perdersi nei pensieri, cosa che fece osservando più o meno chiunque su quell’aereo, vedendo tante facce normali e un po’ spente, nessun borsone come il suo, solo valigette, ventiquattr’ore lucide, e anche teste senza capelli, altrettanto lucide. Aveva sbagliato a prenotare il biglietto e ora si trovava accanto al corridoio: le dava un certo senso di ansia vedere le strisce fosforescenti che facevano da bordi e segnaletica al tappetino di colore diverso. Avrebbe chiesto di fare cambio posto, ’Sì, come in gita sul pullman’ pensò.

Era strano guardarle tutte, quelle persone. Chissà se anche loro collezionavano sassi per ricordarsi che la vita è terra, ma li prendevano solo bianchi perché in realtà cercavano le nuvole. O se magari mangiavano di tutto per il timore di non poter assaggiare nella loro vita tutti i sapori che li chiamavano da lontano e di cui in realtà non sapevano neanche il nome. Avrebbe dovuto chiederglielo. Invece rimase in silenzio, aspettò che le portassero del succo e qualche biscotto e che atterrasse su qualche sasso troppo bianco per essere vero.

Atterrò alla fine su una strada dove nessuna macchina correva ma sembrava ferma nel nulla e dove vide tutta quella pioggia che avrebbe assaggiato al posto di una vita che aveva abbandonato quasi per sbaglio e che scoprì essere più luminosa del sole.

Personalità divine

Non penso di capire. In realtà poi di questa vita non capisco un sacco di cose, e credo onestamente che alcune mie domande rimarranno senza risposta per tutto il tempo in cui me le chiederò. Qua si tratta di affidarsi alla religione, e scegliere quel Dio, o di affidarsi a se stessi, e trovare un altro Dio, dentro ciò che sono. Quanto poi sia difficile anche solo pensare di avere Gesù o l’Arcangelo Gabriele con la mia faccia è un’altra storia. Ma queste sono cazzate, mari di minchiate, che magari potrei far dividere come Mosè, data la posizione privilegiata nel mio culto millenario.

Padre mio, che sei dentro di me, vorrei farti un paio di domande, anche se la tua conoscenza a quanto pare equivale alla mia, quindi non so se alla fine ti chiederò davvero qualcosa. Insomma vorrei sapere il motivo per cui nella vita capitano certe cose, e non dirmi che è perché hai un piano, so perfettamente che non lo hai, visto che io per prima un piano della mia vita non lo ho. Vorrei sapere perché sulla strada hai messo degli alberi che con le radici spezzano il mio asfalto e mi fanno cadere ogni volta; vorrei sapere perché hai deciso, nella tua ponderata lungimiranza, di non darmi nessun indizio e organizzare un caccia al tesoro dove il tesoro non è ancora stato deciso e forse non lo sarà mai. Se busso alle porte del mio petto le costole non si aprono, le colonne del mio stesso mausoleo mi sono celate, potrei scoprire che in realtà il mio cuore ha le pareti di vetro e i rosoni delle chiese gotiche che mi piacciono tanto al posto della valvola mitrale e di quella aortica. Ma non lo saprò mai,  la mia vita non mi permette di entrare, mi lascia allo scoperto, sdraiata per terra a guardare le stelle in una notte in cui non ne vedo neanche una. E magari tra poco piove anche. Mi vuoi dire cosa devo farci io con questa vita? Mi vuoi dire cosa cercare, dove finire, come capire?

Ma come ho detto, se busso per entrare, mi rispondono solo i miei battiti che bussano per uscire.

Maria mia, dammi la sicurezza nel vedere un labirinto che non mi mangi ma mi faccia correre su tutte le siepi trovando subito un’uscita. Se poi riesci anche a darmi un po’ di equilibrio non mi lamento, così non finisco per scivolare a terra. Quando sono nata da me stessa avrei voluto sapere se sarei diventata comunque così, se i miei occhi invece non sarebbero diventati scuri se l’avessi voluto io. Se su tutto questo ho un qualche potere, o se il mio trono è di cartapesta e il mio scettro è un manganello che mi ha spaccato le ginocchia. Secondo me ho il tuo stesso sorriso quando non mi accorgo che qualcuno mi sta vedendo, anche solo se sono riflessa su un ricordo. Mi chiedo se te, rispetto a papà, sai qualcosina in più e non lo vuoi dire. E per una volta sono sicura che me lo dirai.

Anche perché se non lo fai poi ti faccio passare l’Inferno. Ma poi no, Maria, tu puoi andarci all’Inferno?

Figlia o figlio mio, a te non chiedo nulla, che in fatto di domande e risposte per una volta c’è qualcuno messo peggio. Anche se non bisogna saper parlare per poter vedere.

Amen?