Da internet

Perle di saggezza che non ti aspetti

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Follia

Tutto attorno a lei brillava. Inutile dire che non avesse idea di cosa luccicasse o perché lo facesse. Per questo guardava qualunque cosa le passava accanto con occhio attento e limpido quanto lo sporco di cui si era bagnata quella notte. La sua mano sanguinava da ore ormai, se n’era quasi dimenticata -aveva solo smesso di ricordare. Era una ferita profonda e lunghissima, che le percorreva l’anima e tornava indietro. Sembrava che dal suo palmo scivolassero tante perle di sangue e dalle sue guance diamanti di lacrime. Ma intorno tutto continuava a splendere più che mai, tanto da accecare sia lei che la luce stessa. Era un bagliore bianco, forte, marmoreo e perpetuo, che si ripeteva all’infinito nella sua testa e dentro tutto ciò che offriva quel tanto di spazio da rispecchiarlo e ingigantirlo. Una saetta dominava sull’asfalto, che lei calpestava con irruenza, mentre il dolore le si arrampicava per tutto il braccio, attorcigliandosi e stringendola come edera scura. Si tirò su la manica con lentezza, senza capirci nulla. Il mondo le si presentava davanti in tanti flash fulminei. Notò subito che il taglio continuava per tutto l’avambraccio e con l’indice lo sfiorò. Quel sangue sapeva di fine e inizio, nascosti in un unico filtro che lei non sapeva usare: una goccia per la morte o due?
Alzò gli occhi in cerca del cielo e di aiuto, e si lasciò cadere, senza accasciarsi. Sarebbe morta così, cieca, come uno stupido pezzo di carne. Fu allora che lo vide. La strada le si mostrò nella giusta intensità di luce, anzi quasi buia, e riuscì a distinguere persino la stilla di sangue che le colava dal polso. Sorrise un po’ stupita, finalmente salva, per quanto possibile.
«Styx» disse leccandosi le labbra ferrose.
Una voce nell’ombra di una giornata estiva sospirò, «Lyssa» rispose
Nel frattempo lo Scirocco le scompigliò i capelli, che si appiccicarono ratti al petto come ragnatele.
«Portami via di qui»
Styx non parlò e la lasciò lì, al suo destino. Lyssa scoppiò a ridere.
«Stronzo» sputò sangue mentre si trascinava dietro i suoi passi. Gli afferrò una caviglia e ci soffiò sopra.
«Stronzo» questa volta fu un sibilo di serpente «portami via di qui»
Lui scosse la gamba. Lei mollò la presa.
Era distesa nel bel mezzo della strada, i sassolini le solleticavano la schiena. Tossì e si passò la mano sulla bocca; ritrovò i resti del suo rossetto nero sul dorso di quella stessa mano, in cui sangue e seduzione si mischiavano.
I suoi occhi si torsero all’indietro.
«Perché finiamo sempre così» rispose allora Styx, prendendola in braccio.

Dimenticato risorgerò

Negli anni mi hanno chiamato Loki, Prometeo, Lucifero. Ora non mi chiamano più. Dimenticato me ne sto in un andito dei ricordi che nessuno sembra voler riesumare. Nell’attesa allora mi gonfio: della paura che pervade il mondo in una sfera atmosferica; di tutto il progresso che sembra esplodere nelle bombe dei kamikaze; di tutto il grasso che riempie il ventre Africano. Un giorno risorgerò come Cristo, un giorno sarò il vostro incubo, un giorno sarò il coltello che non potrete più estrarre dalla carne e che vi ferirà a morte, a tradimento. Ma sarà troppo tardi per pensarmi: sarò già andato via quando capirete. Solo allora vi lascerete in danze sfrenate e rappresenterete le virtù di un mondo che cola in stille inquinate sulle rocce dell’universo. Poi le berrete e ve ne ubriacherete, in una condizione che non permetterà di distinguere il falso dal vero. Io sarò lì anche alla fine, per punire il vostro essere scellerato e privo di qualunque freno. E mentre ora sono qui, vi aspetto ogni notte, nei sogni che non siete in grado di ricordare e che vi lasciano l’amaro in bocca, qualche immagine spezzata di cose bellissime. Perché poi il male non è altro che bene e il bene male, divisibili in essenze aromatiche che con ingredienti differenti hanno lo stesso profumo.

Ci vediamo stanotte, vestiti bene. Io sono quello con la tua faccia.