(RomAmor)

Viviamo in una perenne decadenza e questa è la nostra bellezza, che difendiamo nel tramonto di un’epoca che non è mai stata nostra. Ci difendiamo dietro un passato troppo grande, dove siamo rimasti e che non sappiamo neanche vedere. Non reggiamo al confronto, con questa nazione piccola, senza slanci, nella mancanza di qualcosa. Vacci a capire. Come tutti preferiamo crogiolarci nell’attesa, di un Messia forse?, la verità è che allo stesso tempo è un desiderio ed un rifiuto: parlando chiaramente, oggi chi sceglierebbe mai questa nave sanza nocchiero, questa Roma per rinascere? La bellezza dei vicoli, la bellezza delle crepe, la bellezza del cadere e non sapere rialzarsi, non è più di moda. Perché questo siamo, una Roma che ha creato il mondo e l’ha diviso in province, e che ora ne è la provincia più lontana. Non sarebbe strano se questo Messia qui ci nascesse e poi scappasse, come tutti, e come me. Nel frattempo leggo di chi ha amato un’altra Italia, ed io come tutti, ne rimango tremendamente innamorata. Lo sarò per sempre, come la peggiore delle amanti, che ama solo se tradita. Vorrei conoscere quelle città di rovine e relitti che hanno ci hanno reso noi, una specialità che al posto di avere i baffi e la pizza che gira sull’indice, ha gli occhi persi nel cielo. Qualcuno mi ha detto che quella grandezza esisteva, e io la vedo solo dove si è spezzata, dove non esiste più nulla, nel bagnarmi l’anima con dell’acqua sporca che riesco a sentire pulita. Allora mi ritrovo come sempre a cantare per te, Italia impazzita e che non viene domata da nessuno perché non c’è nulla da domare se non il silenzio. Non ho risposta, nessuno e neanche io alla fine riesce davvero a gridare, ci piace ristagnare nella nostra stessa palude, fatta di tangenti, cocaina tagliata male e rifiuti tossici che finiscono in mare, e nella mozzarella. Continuamente divisi da linee immaginarie ci incamminiamo verso un futuro che vuole un’unità che non ci è mai appartenuta, noi siamo tipi da orticello, del resto poco ci importa, finché dura perché porsi il problema di essere onesti, finché dura perché inseguire un ideale, finché dura perché essere se stessi, meglio fingere di essere la maschera di Pulcinella. Siamo tanti Pulcinella, tutti con la risata pronta e una malinconia nascosta dietro questo sole alto da cui scappiamo verso rigidi Inverni, a cercare nuovi orizzonti e a cercare solo quello che sa di casa, dove il caffè si prende tutti insieme, non per strada. È la presunzione che ci frega, ma del resto chi non si vanterebbe.

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A cas(o)

Io sono una di quelle persone che ama Roma per la sua eternità, per la sua grandezza. Tu che ci sei nato, no,  non saprai amarla davvero, perché in qualche strano modo, sarai sempre estraneo alla sua bellezza, la incolperai di non averti fatto nascere davvero. Io qui invece, in questi vicoli, ho scoperto che lei non deve farti nascere niente e non deve far morire nulla, Roma resta, forse non in piedi ma resta. E se tu non sai capirlo è perché, semplicemente, preferisci incolpare chi ti ha nutrito piuttosto che chi non ha saputo mangiare. Lo so già cosa pensi, cosa vuoi saperne tu, di quello che provo io, per questa mia città. Lo so perché anche io la provo per la mia, il problema è che la mia mi ha fatto solo nascere la voglia scappare, la tua di rimanere. La vera domanda è, cosa ci vuoi fare, con questa santissima città? Io qui ci navigo, e te, ti è forse troppo dolce questo naufragare?, non c’è niente ad aspettarti, neanche un baratro, una colpa, un sorriso, una vendetta, un giocattolo rotto? Niente, nemmeno l’immensità?

Ma allora almeno stasera parliamo di qualcosa che non siano le tue perdite, parliamo di quanto sarebbe bello perdersi.  E la devo smettere di parlare per frasi fatte, e farle io le frasi, e magari fare anche qualcosa, come prenderti per il colletto e darti uno schiaffo, poi un bacio perché alla fine, sei te la mia Roma, e sei l’unica cosa che mi grida di non scappare via, di nuovo. Ho fame, e non di te, ho fame di arrivare tardi ad un appuntamento, ho fame di camminare sull’acqua e non sulla spiaggia, ho fame di sole, e di pioggia, e ho fame di fare la spesa con te, che non sai mai cosa vuoi e ti fermi a guardare solo il pesce. Vorrei averti qui per sempre, e vorrei sapere di essere solo io quella tua fame.

Non saprei

Ho imparato ad amare lentamente, dolcemente, come quando ci si addormenta senza rendersene conto. Ho imparato ad essere me stessa nello spazio di un passo lungo quanto basta per contenerne altri cento, perché alla fine ho imparato anche che tutto è relativo. Ho imparato a vivere con te e senza di te, e sto ancora imparando a vivere sola, senza braccia in cui rifugiarmi dopo una giornata, una vita, sfiancante. Di questi tempi tutti corrono e io non so fare altro se non guardarli e pensare se è così male, poi, avere un lampadario sopra i capelli e nessuna idea, se non cosa cucinare stasera, che di per sé è già un grande risultato. Ho imparato come piangere anche quando non ce n’è bisogno, forse perché inizio già ad avere nostalgia di un viaggio che non ho ancora intrapreso del tutto. Inizia a mancarmi il mare e solo ora capisco di averne uno dentro, che argino in questa nottata un po’ spettinata. Mi chiedo quante volte sei riuscito a solcarmi senza che io me ne accorgessi, in questi anni che con te sono sembrati poche ore. Non so bene cosa dedicarti, se non tutta me, una Venere di sale e di ghiaccio.

Mi manchi, tu e le tue mani, e un po’ stasera ti odio a non vederti accanto a me.

09-02-2017, 03:19

Oggi, e non lo faccio spesso, vorrei parlare un po’ delle mie cazzate pseudo filosofiche. Molto probabilmente però, conoscendomi, non finirò ciò che mi sono prefissata di dire, forse proprio perché il bello di questi discorsi è la spontaneità con cui sgorgano, ancora confusi, ancora aggrovigliati. Ciò su cui mi sono soffermata è quanto la cultura si riverberi nella vita di tutti i giorni, attraverso un concetto quasi subalterno della stessa, e quanto invece la cultura ‘libresca’ sia ritenuta indispensabile ma non per questo valore condiviso da una società. Così il reietto si scopre quello che non guarda la televisione, e magari legge. Insomma, per essere accettati da una  società mediocre bisogna veicolare valori mediocri, come il bell’aspetto disunito dall’ «agathós», per dirla alla greca, più semplicemente il buono che dovrebbe appartenerci, l’empatia che ci ha permesso di crescere verso un ideale di vita associata basata sulla condivisione di valori solo possibili se sociali e socializzanti, sebbene poi divenuti gerarchici e castali. È così che i capisaldi della nostra cultura si dimostrano essere parole che non esistono, in una notifica del telefono, e si sgretolano sotto pesi che non sapevamo di portare fino a quando, per sbaglio, una sera ci siamo guardati allo specchio e non ci siamo visti lì, ma da qualche parte lontana, con il mare tra i capelli, forse era il cielo. Ma non lo possiamo sapere, perché il nostro specchio è nei bagni pubblici di una stazione, con la realtà che sa di sporco, come tutto quello che abbiamo scoperto di avere intorno in una frazione di secondo. Eppure preferiamo dimenticare tutto quanto, e facciamo le cose tanto per fare, un figlio fatto di corsa, in una notte finita anche lei in bagno, a vomitare l’anima e anche qualche cosa di più. 14959054_1215443071863238_764427576_o

La cosa più spaventosa è questa che è questa dipendenza morbosa a renderci umani, questo desiderio di condivisione e di compassione. Eppure il modo di vivere da osannare è quello di chi non si lascia trasportare da alcuna emozione: vince chi non prova ad essere se stesso. E da qui partirebbero altri mille pensieri, che non saprei neanche bene come scrivere, poi finisce che diventa un casino e ci metto dentro di tutto, questa immensa storia umana fatta solo di maschere, sono costellazioni di personalità naufraghe e stanche, abbandonate lontano dalla riva di se stessi.

Insomma, come si può credere indispensabile una cultura che non viene cibata di nessun nuovo pensiero se non di ririricorsi della storia, di un ‘tutto scorre’ che sa tanto di hipster e di vissuto. Sono queste le minchiate che ammazzano ogni novità, altro che le guerre di religione, sono cose più concrete, è la troppa libertà, che si sa, dà alla testa, come tutto ciò che non è mediocre. Si vive bene soltanto nel mezzo, tocca trovare un rifugio in cui nascondermi non appena il mondo si fa più terso.

Personalità divine

Non penso di capire. In realtà poi di questa vita non capisco un sacco di cose, e credo onestamente che alcune mie domande rimarranno senza risposta per tutto il tempo in cui me le chiederò. Qua si tratta di affidarsi alla religione, e scegliere quel Dio, o di affidarsi a se stessi, e trovare un altro Dio, dentro ciò che sono. Quanto poi sia difficile anche solo pensare di avere Gesù o l’Arcangelo Gabriele con la mia faccia è un’altra storia. Ma queste sono cazzate, mari di minchiate, che magari potrei far dividere come Mosè, data la posizione privilegiata nel mio culto millenario.

Padre mio, che sei dentro di me, vorrei farti un paio di domande, anche se la tua conoscenza a quanto pare equivale alla mia, quindi non so se alla fine ti chiederò davvero qualcosa. Insomma vorrei sapere il motivo per cui nella vita capitano certe cose, e non dirmi che è perché hai un piano, so perfettamente che non lo hai, visto che io per prima un piano della mia vita non lo ho. Vorrei sapere perché sulla strada hai messo degli alberi che con le radici spezzano il mio asfalto e mi fanno cadere ogni volta; vorrei sapere perché hai deciso, nella tua ponderata lungimiranza, di non darmi nessun indizio e organizzare un caccia al tesoro dove il tesoro non è ancora stato deciso e forse non lo sarà mai. Se busso alle porte del mio petto le costole non si aprono, le colonne del mio stesso mausoleo mi sono celate, potrei scoprire che in realtà il mio cuore ha le pareti di vetro e i rosoni delle chiese gotiche che mi piacciono tanto al posto della valvola mitrale e di quella aortica. Ma non lo saprò mai,  la mia vita non mi permette di entrare, mi lascia allo scoperto, sdraiata per terra a guardare le stelle in una notte in cui non ne vedo neanche una. E magari tra poco piove anche. Mi vuoi dire cosa devo farci io con questa vita? Mi vuoi dire cosa cercare, dove finire, come capire?

Ma come ho detto, se busso per entrare, mi rispondono solo i miei battiti che bussano per uscire.

Maria mia, dammi la sicurezza nel vedere un labirinto che non mi mangi ma mi faccia correre su tutte le siepi trovando subito un’uscita. Se poi riesci anche a darmi un po’ di equilibrio non mi lamento, così non finisco per scivolare a terra. Quando sono nata da me stessa avrei voluto sapere se sarei diventata comunque così, se i miei occhi invece non sarebbero diventati scuri se l’avessi voluto io. Se su tutto questo ho un qualche potere, o se il mio trono è di cartapesta e il mio scettro è un manganello che mi ha spaccato le ginocchia. Secondo me ho il tuo stesso sorriso quando non mi accorgo che qualcuno mi sta vedendo, anche solo se sono riflessa su un ricordo. Mi chiedo se te, rispetto a papà, sai qualcosina in più e non lo vuoi dire. E per una volta sono sicura che me lo dirai.

Anche perché se non lo fai poi ti faccio passare l’Inferno. Ma poi no, Maria, tu puoi andarci all’Inferno?

Figlia o figlio mio, a te non chiedo nulla, che in fatto di domande e risposte per una volta c’è qualcuno messo peggio. Anche se non bisogna saper parlare per poter vedere.

Amen?