Amor caecus

Ci vuole poco per oscillare, e ancora meno per cadere, o semplicemente per sprofondare. A cadere dentro di te ci ho messo il tempo di un passo, sono inciampata tra le tue labbra e ho barcollato mentre mi reggevo al tuo sguardo. Ma non mi hai mai aiutato davvero, in un certo senso ti piaceva vedermi affannare, forse anche affogare in ciò che meno conoscevo. Lasciavi che mi accasciassi ai tuoi piedi, tu mi guardavi con occhi pieni di trionfo e non so se hai sempre voluto che mi rialzassi. Solo che l’idea di cadere di nuovo nei tuoi discorsi e nella tua bocca era troppo allettante: finire lì dentro era come bearsi di una piccola oasi al di fuori dal mondo, che riusciva quasi a proteggermi dai miei stessi pensieri. Non ero io a scegliere quando ruzzolare giù per la tua gola e smettere di respirare, era come se diventassi un buon vino che trangugiavi in un sorso, senza nemmeno sentire le mie dita appigliarsi a te. E per quei pochi secondi riuscivo a sentirmi la donna, la cosa più importante del mondo. Non ho mai capito qual era il mio sapore, quale il mio profumo. Sono cose che non sono in grado di svelare, coperte come sono da una patina sudata e vecchia, che non mi appartiene: io, che sono fresca e giovane avvolta in una seta millenaria, tu che dentro perisci, sembri il più impavido uomo che questa terra abbia mai partorito. Solo io e te sappiamo, solo io e te fingiamo.

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(Im)mortale

Gioite, uomini, godete della vita donata a voi dal Signore. Crescete, riproducetevi, morite. Questo è un dono che Egli ci ha fatto.

Io le labbra le spreco in discorsi futili, mio Re, le mie mani forgiano armi e non le depongono, le mie orecchie ascoltano solo il vento. Chiedo Aiuto, chiedo Te, salvezza mia, mia pura ed amata diletta, figlia della lealtà e della bugia, prego che tu mi svesta di questi stracci e li bruci. Ti supplico, anima del desiderio ardente, della monotonia cocente, prendimi con te, volerò in alto, al tuo fianco. Non precipiterò, se non sarai tu a chiederlo. Vigilerò sull’umanità intera, passerò il mio tempo a restituire il dono che mi hai fatto.
Dio mio, non mi abbandonare, sono qui per chiedere perdono, di perdonare me. Ho peccato, ho peccato molto. Ho ucciso, ho disonorato il Padre e la Madre, ho detto bugie e le dico ancora. Perché io lo so che Tu non ci sei, e mento quando dico di crederTi. Dov’eri, mio Signore, mentre mia madre sul rogo si disperava. L’acqua cura, il fuoco distrugge. Tu mi dai possibilità. Io le Tue possibilità non le voglio, perché se la mia unica possibilità è morire, allora muoio e vivo come dico io. Chi sei Tu? Qual è la Tua faccia? Mi hai creato a Tua immagine e somiglianza, sono forse io il mio stesso Dio? Zitto, non parlare. Non ti azzardare, hai già detto troppo rimanendo in silenzio, senza fiatare. Onnipotente, onnisciente, immortale –debole, ignorante, mortale son io. Rinascerò, una foglia, un fiore, un seme. Tu, Dio, tu non possiedi nulla, l’Eden, semplicemente è dentro di me e la tua mela l’ho già colta.
Non voglio altre possibilità, mio Signore. Lasciami andare via.

(Non ci sono parole.
Desolazione, un pizzico di sale, origano e due lacrime.
Ci sono troppe parole.
Cuoci a fuoco lento e poi alto, di colpo.
Non so più parlare.
Servire freddo, su un tavolo di ossa.
Non voglio più parlare. Il mio respiro fluisce in nuvole di fumo morte.
Scompaio nel vapore di una nebbia fitta.)

Scappo, così lontana da essere vicina. Vita scorre nelle mie vene, una ramificazione verde che, come un albero, impianta le sue radici in me e succhia via tutta la mia dolce linfa.

Chandelier

Non se lo sapeva spiegare. Strano in realtà, aveva sempre creduto di possedere buone capacità di comprensione, ma lei di quella storia, di quella notte non sapeva dire nulla. Sapeva qualcosa, ricordava qualche pezzo, che poi sfumava nell’oblio più completo. Se poi fosse volontario o meno non ne aveva idea, tuttavia aveva capito di aver bevuto davvero troppo. Aveva iniziato con roba leggera, una birretta, un cocktail. Aveva anche creduto, per un secondo, di essere stata drogata, sbagliandosi, solo che non era umanamente possibile dimenticare con una tale facilità ore ed ore della propria vita. Invece lei ci era riuscita, e con una dimestichezza spaventosa. Forse c’entrava anche il fatto che di bere lei non era un’esperta, e quando beveva si teneva alla larga da alcolici e superalcolici . Sapeva l’effetto che le facevano. Ma era il suo compleanno, ed era triste. Quando si dice affogare nell’alcool i propri dolori. Lei ci era proprio annegata nell’alcool e tra le luci di una città che l’aveva rapita e fatta sua con due bicchieri. Forse otto. Non le interessava però, le piaceva ogni tanto vivere la sua vita senza limiti e sentirsi padrona del mondo, di tutto quello che la circondava, persino di se stessa. Di quel corpo, che odiava tanto, di quei fianchetti carnosi e quelle labbra screpolate dal freddo. L’unica cosa che ricordava chiaramente erano due occhi. Brillavano, questo non poteva dimenticarlo, quanto le stelle e il buio insieme, come se avessero deciso di confonderla. Anzi sembrava proprio che lì dentro scorressero fiumi di ambrosia e di miele, ruscelli di alcool e ebbrezza. Non se lo sapeva proprio spiegare. Per questo, anche da sdraiata nel letto, decideva di abbassare le palpebre e godersi la carezza di quelle pupille appuntite come spilli e morbide quanto un bacio di rose. In quella notte rivedeva lui, nel sorriso di una luna stanca e di una strada vuota e liscia come la pelle di un serpente. Un serpente che strisciava e la guardava con quegli occhi magnetici, ipnotici e brillanti, così brillanti. Li avrebbe cercati tra mille altri sguardi senza trovarli e forse non li avrebbe trovati mai, ma questo lo sapeva e lo accettava. Le bastava quel ricordo nebbioso, che si perdeva con lei e con quella maledetta notte, quel maledetto bicchiere in più, che ora non la faceva stare in piedi. Avrebbe voluto baciarli quegli occhi, leccarli per sentirne il sapore e guardarli per sempre. Erano un antidoto per il mondo, una vita da vivere in un posto lontano, un posto che non esisteva e mai sarebbe esistito. Eppure pregava con tutta se stessa di sbagliarsi, di trovarli quegli occhi, magari proprio dentro di lei. Li avrebbe ripescati dal suo cervello ogni qualvolta che voleva e ci avrebbe osservato il mondo in un’onda del mare, in uno tsunami.

Problemi di scrittura

Vi è mai capitato di leggere qualcosa  e rimanerne tanto affascinati da spendere l’intera giornata a rimuginare sul perché non ci abbiate mai pensato? O perché non sappiate scrivere in quel modo, non abbiate scelto quella parola, messo quel punto? A me capita, e direi così spesso da farmi passare la voglia di scrivere: nel senso qui è facile, scrivo quasi tutti i giorni, ma là fuori? Ci sono quelle persone, quegli autori, che semplicemente bagnano la carta dei loro sentimenti, che siano lacrime o sorrisi, e rendono tutto reale; quelli che riescono a farti dimenticare per un attimo -piccolo ed enorme allo stesso tempo- tutto ciò che la tua vita è. Con una gomma da cancellare piena d’inchiostro. E allora viene la domanda ‘e io perché scrivo?’ Voglio lasciare pezzi di me -non gliene frega niente a nessuno.  Voglio qualcosa per cui essere ricordata -quindi scrivi solo per il piacere di lasciare memoria? Forse, sì, boh, non lo so -dovresti e lo sai. Sì -bene. È normale, no? -e lo chiedi a me?

Forse è meglio andare a dormire.

Titolo.

Credo che il problema più grande del mio blog siano i titoli. Perché non sono capace di darne, dato che scrivo di getto, senza pormi un tema su cui basare l’intero articolo. Del resto non saprei dare un titolo nemmeno alla mia vita. Chi sarebbe in grado di farlo alla fin fine? Ci sono giorni che mi appaiono così luminosi e positivi che li chiamerei ‘sole’, altri invece che, senza nemmeno regalarvi una definizione, battezzerei ‘buio’. E purtroppo non perché siano momenti di perdizione, lussuria, peccato, ma solo perché è scuro tutto ciò che vedo. In quest’ultimo periodo, che definirei soleggiato con piogge di passaggio, mi sta capitando di pesare spesso alla morte, forse perché mi sembra essere più vicina. Non nel senso che sto male, piuttosto per il fatto che sta colpendo molte persone che conosco. Ragazzine di 14 anni che perdono la mamma o il papà, chi perde la propria vita per incidenti stradali, chi in overdose. Anche semplicemente la morte di un insetto che mi colpisce. Sarà che ho una fottuta paura di morire o peggio, di veder morire. Infondo, quando la tua anima si separa dal tuo corpicino, sei in pace, quindi in realtà non senti nulla. Tuttavia quando qualcuno se ne va fa così male, un male che non credevi possibile fino a quel momento. Come se si spezzasse qualcosa dentro di te, lo so che è banale, ma succede. E forse non si spezza il cuore, ti spezzi tu. C’è poi chi si rialza subito, o addirittura finge di non cadere nel precipizio che sei diventato. Nel film ‘Edipo Re’ di Pasolini, prima che Edipo -secondo la reinterpretazione del regista- spinga la Sfinge giù per un dirupo, quella dice: ‘È inutile, l’abisso in cui mi spingi è dentro di te.’ E forse quell’abisso è proprio l’angoscia che la morte causa in noi. Non sappiamo interpretarla, non la capiamo, non la concepiamo. Viviamo da immortali, anche se immortali non lo saremo mai. 

Bene, e ora che titolo metto?

Lettera a me stessa

Come si inizia una lettera indirizzata a se stessi? Non chiedetelo a me, io mi scrivo perché a volte i miei pensieri si intersecano così tanto tra loro che ritrovarli sembra una missione impossibile. Quindi mi scrivo. Come sto? Sto bene, ho praticamente finito la scuola, lunedì parto e credo di non essere stata rimandata in nessuna materia. E allora perché la pancia mi brucia? Perché la testa mi gira? Perché gli occhi danno sempre previsione di imminente tempesta? Ho sedici anni, non dovrei avere questi problemi. Dovrei uscire con gli amici, non scrivere ancora ed ancora, non riversare tutto ciò che mi passa per la testa su una terra sterile, dove nessuno pianta semi da secoli. E questa terra sembra casa mia. Vedo sguardi infuocati, sento la mia calma lacerarsi ad ogni lacrima di rabbia che mi sfugge, che vorrei non dover far uscire. In questo periodo tutti i miei ideali si stanno lentamente sgretolando, non so se per colpa mia o dell’età. Quindi sto bene, ma sto anche male. Sto bene. Sto bene come il mare: fuori le onde sono dolci e cadenzate, ma sotto la superficie accade di tutto. Guerre, accordi, tregue non abbastanza durature. È una continua sfida a me stessa. Per questo forse mi sto scrivendo, per stipulare un patto ben saldo. Cara me, vorrei tanto sentirmi libera di fare ciò che voglio, vorrei tanto sentirmi libera di urlare, gridare a squarciagola, vorrei tanto essere me, senza quella maledetta facciata che mi impongo di proporre al mondo. È davvero così difficile, ti chiederai. Sì, lo è. È stramaledettamente difficile. Dopo una vita passata a chinare il capo, adesso voglio camminare a testa alta, e non ne ho il coraggio. Non ho un cuor di leone. Non riesco a rispondere a mio padre e vomitargli addosso tutto ciò che provo. Non so se ci riuscirò mai. Sì può stare bene e contemporaneamente male? Si può essere per metà buio e luce? Si possono avere due personalità opposte in uno stesso corpo? Una parte di me vuole correre a gambe levate, l’altra accasciarsi per tutta la sua vita. Dolce me, cosa posso fare? Non lo sai nemmeno tu. Non lo sa nemmeno Dio.