Personalità divine

Non penso di capire. In realtà poi di questa vita non capisco un sacco di cose, e credo onestamente che alcune mie domande rimarranno senza risposta per tutto il tempo in cui me le chiederò. Qua si tratta di affidarsi alla religione, e scegliere quel Dio, o di affidarsi a se stessi, e trovare un altro Dio, dentro ciò che sono. Quanto poi sia difficile anche solo pensare di avere Gesù o l’Arcangelo Gabriele con la mia faccia è un’altra storia. Ma queste sono cazzate, mari di minchiate, che magari potrei far dividere come Mosè, data la posizione privilegiata nel mio culto millenario.

Padre mio, che sei dentro di me, vorrei farti un paio di domande, anche se la tua conoscenza a quanto pare equivale alla mia, quindi non so se alla fine ti chiederò davvero qualcosa. Insomma vorrei sapere il motivo per cui nella vita capitano certe cose, e non dirmi che è perché hai un piano, so perfettamente che non lo hai, visto che io per prima un piano della mia vita non lo ho. Vorrei sapere perché sulla strada hai messo degli alberi che con le radici spezzano il mio asfalto e mi fanno cadere ogni volta; vorrei sapere perché hai deciso, nella tua ponderata lungimiranza, di non darmi nessun indizio e organizzare un caccia al tesoro dove il tesoro non è ancora stato deciso e forse non lo sarà mai. Se busso alle porte del mio petto le costole non si aprono, le colonne del mio stesso mausoleo mi sono celate, potrei scoprire che in realtà il mio cuore ha le pareti di vetro e i rosoni delle chiese gotiche che mi piacciono tanto al posto della valvola mitrale e di quella aortica. Ma non lo saprò mai,  la mia vita non mi permette di entrare, mi lascia allo scoperto, sdraiata per terra a guardare le stelle in una notte in cui non ne vedo neanche una. E magari tra poco piove anche. Mi vuoi dire cosa devo farci io con questa vita? Mi vuoi dire cosa cercare, dove finire, come capire?

Ma come ho detto, se busso per entrare, mi rispondono solo i miei battiti che bussano per uscire.

Maria mia, dammi la sicurezza nel vedere un labirinto che non mi mangi ma mi faccia correre su tutte le siepi trovando subito un’uscita. Se poi riesci anche a darmi un po’ di equilibrio non mi lamento, così non finisco per scivolare a terra. Quando sono nata da me stessa avrei voluto sapere se sarei diventata comunque così, se i miei occhi invece non sarebbero diventati scuri se l’avessi voluto io. Se su tutto questo ho un qualche potere, o se il mio trono è di cartapesta e il mio scettro è un manganello che mi ha spaccato le ginocchia. Secondo me ho il tuo stesso sorriso quando non mi accorgo che qualcuno mi sta vedendo, anche solo se sono riflessa su un ricordo. Mi chiedo se te, rispetto a papà, sai qualcosina in più e non lo vuoi dire. E per una volta sono sicura che me lo dirai.

Anche perché se non lo fai poi ti faccio passare l’Inferno. Ma poi no, Maria, tu puoi andarci all’Inferno?

Figlia o figlio mio, a te non chiedo nulla, che in fatto di domande e risposte per una volta c’è qualcuno messo peggio. Anche se non bisogna saper parlare per poter vedere.

Amen?

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Amor caecus

Ci vuole poco per oscillare, e ancora meno per cadere, o semplicemente per sprofondare. A cadere dentro di te ci ho messo il tempo di un passo, sono inciampata tra le tue labbra e ho barcollato mentre mi reggevo al tuo sguardo. Ma non mi hai mai aiutato davvero, in un certo senso ti piaceva vedermi affannare, forse anche affogare in ciò che meno conoscevo. Lasciavi che mi accasciassi ai tuoi piedi, tu mi guardavi con occhi pieni di trionfo e non so se hai sempre voluto che mi rialzassi. Solo che l’idea di cadere di nuovo nei tuoi discorsi e nella tua bocca era troppo allettante: finire lì dentro era come bearsi di una piccola oasi al di fuori dal mondo, che riusciva quasi a proteggermi dai miei stessi pensieri. Non ero io a scegliere quando ruzzolare giù per la tua gola e smettere di respirare, era come se diventassi un buon vino che trangugiavi in un sorso, senza nemmeno sentire le mie dita appigliarsi a te. E per quei pochi secondi riuscivo a sentirmi la donna, la cosa più importante del mondo. Non ho mai capito qual era il mio sapore, quale il mio profumo. Sono cose che non sono in grado di svelare, coperte come sono da una patina sudata e vecchia, che non mi appartiene: io, che sono fresca e giovane avvolta in una seta millenaria, tu che dentro perisci, sembri il più impavido uomo che questa terra abbia mai partorito. Solo io e te sappiamo, solo io e te fingiamo.

Paura.

Già dal titolo si può capire benissimo che l’argomento di questo post non sarà esattamente tra i  più felici al mondo, ma ciò non vuol dire che non vada letto.

Ieri, o forse l’altro ieri, ero sull’autobus con due mie amiche,e, come al solito, stavo facendo l’idiota, fingendo di essere un leone -con ruggiti e finti morsi-. Fin qui potreste solamente dire: ‘questa è una cretina’, ma tralasciando i vostri pensieri sul mio quoziente intellettivo vorrei poter  spiegare il perchè del titolo. Mentre mi riempivo il petto pronta a emettere un altro  ruggito ho notato che un ragazzo di colore, che avrà avuto sì e no trent’anni, mi stava fissando, ma non ho dato troppo peso al suo sguardo finchè, dopo il mio ennesimo morso alla mia amica non mi ha cominciato a guardare intensamente, mimando anche lui con la bocca l’atto di mordere, come stavo facendo io. Sul momento l’ho presa sul ridere come la mia amica, ma ovviamente ho smesso di giocare a Simba 2 la vendetta. Dopo circa cinque minuti l’autobus ha cominciato a svuotarsi e mi ero anche dimenticata del tizio che mi osservava da sotto il cappuccio, ma le storie non sono belle se non hanno colpi di scena. L’uomo mi ha quindi fatto l’occhiolino e ho subito spostato lo sguardo, chiedendo alle mie amiche di spostarci più in là, e indovinate un po’ chi mi ha seguito? L’uomo, che mi ha anche sussurrato qualcosa, probabilmente nella sua lingua. In dieci minuti sono arrivata alla mia fermata e le mie amiche sono scese con me e indovinat chi è sceso? L’uomo, che ha iniziato a seguirci. Fortunatamente ogni terza domenica del mese nel mio quartiere organizzano un mercatino e ciò fa affluire molta gente nella piazza principale, dandoci il beneficio di un bel po’ di folla a rumoreggiare mentre mi si costringeva lo stomaco, anche perché il tizio si è fermato esattamente dietro di noi, e mi fissava da dietro il cappuccio. Ci siamo avvicinate a un gruppo di ragazze e ci siamo mimetizzate con loro, eppure  lui era sempre lì, che mi guardava. La madre di una mia amica è arrivata poco dopo e siamo corse in macchina, mentre lui era fermo alla fermata. Ringrazio Dio per non essere stata da sola, sennò chissà cosa mi sarebbe capitato. Dal mio racconto probabilmente non si può evincere tutta la paura che mi ha attanagliato le budella, anche perchè, ragionandoci a mente lucida, ho una paura tremenda che mi cerchi di nuovo, visto che sa ormai a quale fermata scendo, essendo a pochi passi da casa mia.

La mia piccola esperienza mi è servita ad imparare una lezione importantissima però, che credo sia valsa le sensazioni che ho provato: mai rimanere soli. Lo dice sempre mia mamma, ma solo questa volta posso darle pienamente ragione.

Adesso non so a quante donne – o anche uomini, mai dire mai- siano già capitate situazioni del genere, ma spero che non vi accada, perchè davvero, se non ci fossero state le mie amiche Dio solo sa cosa sarebbe successo.

Vi mando un bacio,                                                                                                                         Alessandra.