Prove di inizi

Una volta, quando sapeva contare i numeri ma non le stelle, Maria si era seduta in mezzo all’acqua di un fiume, vicino ad un tronco.Si era chiesta quanto avrebbe perso nel diventare fango, e lasciarsi mangiare da quelle onde deboli, come le braccia di sua madre, che da piccola non riuscivano mai a prenderla. E pensandoci bene poi, capì che non c’era bisogno di diventarlo, perché lei già era fatta di fango, e di conchiglie, impigliate nei suoi capelli. Si sentì chiamare da lontano, e vide sua sorella, un po’ timida, e avvolta nel suo asciugamano, quasi avesse paura delle carezze del sole. “Arrivo, un attimo”.

Caravaggio la dipingerebbe perfettamente, dilaniata da una luce che la acceca e mostra quello che vuole lei, e la nostra Maria, battezzata dalle correnti, inerte si prostrerebbe. Se il mondo capisse questa bellezza, se la si potesse condividere con chi pensa di aver conosciuto solo lo splendore, Maria potrebbe mostrare quanto dolce sia l’odore della sconfitta, quanto vero sia scoprire che l’edera scava le pareti, ma anche la pelle. La sua, per esempio, non era stata ancora invasa dalle foglie, forse perché sapeva di terra bruciata, e l’edera aveva paura di morirci lì  sopra. Nessuno aveva mai capito perché lei non si togliesse quell’odore, quel profumo selvatico, di dosso – lasconfitta le donava, come un vestito che le stringeva la vita e il respiro. Ma alla fine, quello che doveva fare, era solamente fare finta di essere, e sorridere a sua sorella, che tremando le porgeva la sua veste per quel pomeriggio d’estate, un asciugamano coi delfini.

“Gelato?” chiese, asciugandosi le gambe, e sua sorella annuì, “Io prendo quello con le meringhe”. Maria e Maddalena, la simpatia della loro famiglia non aveva mai avuto limiti, e in più, senza rendersene conto, le avevano invertite: la Madre di Dio non era altro che l’amante di suo figlio. Quelle due sorelle erano una moneta che aveva girato troppo su se stessa e aveva finito per confondersi da sola; così una era nata fango, l’altra porpora, ma entrambe con quelle conchiglie intessute tra le ciocche, o sul petto.

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Non saprei

Ho imparato ad amare lentamente, dolcemente, come quando ci si addormenta senza rendersene conto. Ho imparato ad essere me stessa nello spazio di un passo lungo quanto basta per contenerne altri cento, perché alla fine ho imparato anche che tutto è relativo. Ho imparato a vivere con te e senza di te, e sto ancora imparando a vivere sola, senza braccia in cui rifugiarmi dopo una giornata, una vita, sfiancante. Di questi tempi tutti corrono e io non so fare altro se non guardarli e pensare se è così male, poi, avere un lampadario sopra i capelli e nessuna idea, se non cosa cucinare stasera, che di per sé è già un grande risultato. Ho imparato come piangere anche quando non ce n’è bisogno, forse perché inizio già ad avere nostalgia di un viaggio che non ho ancora intrapreso del tutto. Inizia a mancarmi il mare e solo ora capisco di averne uno dentro, che argino in questa nottata un po’ spettinata. Mi chiedo quante volte sei riuscito a solcarmi senza che io me ne accorgessi, in questi anni che con te sono sembrati poche ore. Non so bene cosa dedicarti, se non tutta me, una Venere di sale e di ghiaccio.

Mi manchi, tu e le tue mani, e un po’ stasera ti odio a non vederti accanto a me.

09-02-2017, 03:19

Oggi, e non lo faccio spesso, vorrei parlare un po’ delle mie cazzate pseudo filosofiche. Molto probabilmente però, conoscendomi, non finirò ciò che mi sono prefissata di dire, forse proprio perché il bello di questi discorsi è la spontaneità con cui sgorgano, ancora confusi, ancora aggrovigliati. Ciò su cui mi sono soffermata è quanto la cultura si riverberi nella vita di tutti i giorni, attraverso un concetto quasi subalterno della stessa, e quanto invece la cultura ‘libresca’ sia ritenuta indispensabile ma non per questo valore condiviso da una società. Così il reietto si scopre quello che non guarda la televisione, e magari legge. Insomma, per essere accettati da una  società mediocre bisogna veicolare valori mediocri, come il bell’aspetto disunito dall’ «agathós», per dirla alla greca, più semplicemente il buono che dovrebbe appartenerci, l’empatia che ci ha permesso di crescere verso un ideale di vita associata basata sulla condivisione di valori solo possibili se sociali e socializzanti, sebbene poi divenuti gerarchici e castali. È così che i capisaldi della nostra cultura si dimostrano essere parole che non esistono, in una notifica del telefono, e si sgretolano sotto pesi che non sapevamo di portare fino a quando, per sbaglio, una sera ci siamo guardati allo specchio e non ci siamo visti lì, ma da qualche parte lontana, con il mare tra i capelli, forse era il cielo. Ma non lo possiamo sapere, perché il nostro specchio è nei bagni pubblici di una stazione, con la realtà che sa di sporco, come tutto quello che abbiamo scoperto di avere intorno in una frazione di secondo. Eppure preferiamo dimenticare tutto quanto, e facciamo le cose tanto per fare, un figlio fatto di corsa, in una notte finita anche lei in bagno, a vomitare l’anima e anche qualche cosa di più. 14959054_1215443071863238_764427576_o

La cosa più spaventosa è questa che è questa dipendenza morbosa a renderci umani, questo desiderio di condivisione e di compassione. Eppure il modo di vivere da osannare è quello di chi non si lascia trasportare da alcuna emozione: vince chi non prova ad essere se stesso. E da qui partirebbero altri mille pensieri, che non saprei neanche bene come scrivere, poi finisce che diventa un casino e ci metto dentro di tutto, questa immensa storia umana fatta solo di maschere, sono costellazioni di personalità naufraghe e stanche, abbandonate lontano dalla riva di se stessi.

Insomma, come si può credere indispensabile una cultura che non viene cibata di nessun nuovo pensiero se non di ririricorsi della storia, di un ‘tutto scorre’ che sa tanto di hipster e di vissuto. Sono queste le minchiate che ammazzano ogni novità, altro che le guerre di religione, sono cose più concrete, è la troppa libertà, che si sa, dà alla testa, come tutto ciò che non è mediocre. Si vive bene soltanto nel mezzo, tocca trovare un rifugio in cui nascondermi non appena il mondo si fa più terso.

Passenger

A volte penso che non sapere niente non sarebbe così male -allo stesso modo sapere tutto. Perché in realtà, vivere così, in questo mare che non sa né di dolce né di salato, mi lascia pienamente insoddisfatta. Mi sembra di navigare e non lasciare alcuna scia dietro di me, neanche una lacrima di spuma. Forse è giusto così, barcamenarsi nella mediocrità, respirare aria sputata via già da altri e non offrire nulla di nuovo all’altare del mondo, nessuna corona di fiori, nessuna ecatombe, nessuna preghiera. Se mi chiedessero di raccontare cosa so, tutto quello che so, farei scena muta. Perché infondo infondo, nel mio lago del cor, so di non sapere niente e che nulla mai potrò sapere. Mi chiamo Alessandra e non avete bisogno di sapere come sono per capire chi sono. Preferisco lasciarvi immaginare che sia chiunque, cosa che sono, del resto, se mi vedeste in una stazione affollata, non riuscireste a riconoscermi, sono una tra tante. Quando mi guardo allo specchio mi sembro una rosa gialla, con petali forgiati sulle mie braccia e spine al sapore della mia saliva, che non punge e né avvelena, dolce come la linfa di un salice cresciuto in bilico sul mondo. Forse perché quello che so di sapere riguarda solo il mio piccolo universo, non sono altro che un passeggero di questo mondo, che cammina e non sa dove va. Qualche volta do un’occhiata fuori dal finestrino, qualche volta mi fisso i piedi e incrocio lo sguardo di un altro passeggero come me, per riconoscerci non dobbiamo nemmeno di guardarci. Anche lui è una rosa gialla, anche lui non sa niente, e anche a lui va bene così -va bene vivere in questo mondo e nasconderne un altro sotto la pelle, e lasciarlo respirare solo nel buio delle tue notti.

“Es muß sein!”

 

Sentiva i tuoni lontani e voleva prenderli per mano, passeggiarci insieme goccia dopo goccia, poi nasconderli, per non trovarli più. Attorno a lei regnava il silenzio, subito si rese conto che si sarebbe  voluta gustare quei tuoni come se fossero zucchero filato, in una nuvola di pensieri attorcigliati. Così alzava i palmi al cielo e toccava almeno la pioggia, illuminata dai lampi vicini. L’acqua le aveva bagnato i capelli e ora, in tante piccole ciocche, le cascavano sul collo, in disegni psichedelici e scomposti. Sembravano tracciare una cartina delle sue vene. Così lei si gettava in un ballo senza senso, slegato da tutto, dal mondo, da se stessa. Non riusciva a controllarsi, a non muoversi, seguendo quel ritmo sinuoso e silente, sibilante quanto un velenoso serpente. Finalmente si era lasciata andare e non si sarebbe mai più catturata e imprigionata -in una vita anch’essa senza senso. Vivere così le sembrava la cosa più opportuna, non aveva molta scelta. O questo, o l’infelicità, anche se lei, infelice, lo era già. La pioggia continuava a cadere in mille lacrime e qualcuna si mischiava alle sue. Le scorrevano sulle guance ma lei non le sentiva nemmeno. Sentiva solo voci cantare suoni che sembravano quelle parole, bisbigliate in una notte sfumata, ma bianca e nera come lei. Gridò. Gridò più forte di quei tuoni, ed anche di quei fulmini che le facevano un eco luminoso. E allora capì, finalmente capì tutto, capì che se il mondo era stato fatto così c’era una ragione e che persino la sua vita, che aveva sempre considerato inutile, aveva un senso. Lo capì guardando la pioggia cadere giù in un tonfo sordo, in un grande bacio con la terra -era nel bel mezzo di un bacio, il più bello. Un bacio che non solo portava vita, ma anche freschezza, gioia e al contempo distruzione, desolazione. Non vedeva più nulla se non le sue mani e i suoi piedi, o meglio, quelle scarpe che si era comprata in saldo perché, tra le tante cose non aveva, c’erano i soldi. Le mancava tutto, non aveva una personalità delineata, non aveva nemmeno quel vigore per alzarsi in piedi e camminare a testa alta, se non mentre la copriva un mantello di pioggia.

In quel momento sembrava che qualcuno stesse suonando una musica lontana, un lamento, un’arpa. Sembrava che quel suono provenisse proprio da lei, e che le sue corde vocali fossero proprio quell’arpa. Allora urlò di nuovo, fino a squarciarsi la gola e mutilare la sua carne, la pelle dilaniata in un’onda di note scomposte, sbagliate, bellissime. Gridavano anche loro fino a distruggersi e nel frattempo lei vedeva la luna, nascosta la osservava, e la giudicava, e la divorava. La sua testa si muoveva da sola, la sua voce sbigottita gridava senza nemmeno sapere il perché e  le sue gambe correvano per le vallate della sua mente. Sotto le piante dei piedi solo pura erba con rugiada e lacrime del cielo. Lì c’era il sole, e lei aveva i capelli asciutti e biondi quanto il grano. Riusciva anche ad intravedere anche un albero nel bel mezzo, che si confondeva con la realtà. Nella realtà però quell’albero era appena stato bruciato da un fulmine. Si bloccò. Poteva benissimo essere lei quell’albero: era una calamita per fulmini. Magari Zeus da lassù, stava calibrando il dardo fulmineo col quale porre fine alla sua vita. Si accasciò. Non aveva intenzione di muovere alcun passo. Avrebbe aspettato e lui prima o poi l’avrebbe accecata e uccisa. Non avrebbe potuto avere soddisfazione più grande. Si spense e si riaccese subito dopo, colpita. Affondata.

Chandelier

Non se lo sapeva spiegare. Strano in realtà, aveva sempre creduto di possedere buone capacità di comprensione, ma lei di quella storia, di quella notte non sapeva dire nulla. Sapeva qualcosa, ricordava qualche pezzo, che poi sfumava nell’oblio più completo. Se poi fosse volontario o meno non ne aveva idea, tuttavia aveva capito di aver bevuto davvero troppo. Aveva iniziato con roba leggera, una birretta, un cocktail. Aveva anche creduto, per un secondo, di essere stata drogata, sbagliandosi, solo che non era umanamente possibile dimenticare con una tale facilità ore ed ore della propria vita. Invece lei ci era riuscita, e con una dimestichezza spaventosa. Forse c’entrava anche il fatto che di bere lei non era un’esperta, e quando beveva si teneva alla larga da alcolici e superalcolici . Sapeva l’effetto che le facevano. Ma era il suo compleanno, ed era triste. Quando si dice affogare nell’alcool i propri dolori. Lei ci era proprio annegata nell’alcool e tra le luci di una città che l’aveva rapita e fatta sua con due bicchieri. Forse otto. Non le interessava però, le piaceva ogni tanto vivere la sua vita senza limiti e sentirsi padrona del mondo, di tutto quello che la circondava, persino di se stessa. Di quel corpo, che odiava tanto, di quei fianchetti carnosi e quelle labbra screpolate dal freddo. L’unica cosa che ricordava chiaramente erano due occhi. Brillavano, questo non poteva dimenticarlo, quanto le stelle e il buio insieme, come se avessero deciso di confonderla. Anzi sembrava proprio che lì dentro scorressero fiumi di ambrosia e di miele, ruscelli di alcool e ebbrezza. Non se lo sapeva proprio spiegare. Per questo, anche da sdraiata nel letto, decideva di abbassare le palpebre e godersi la carezza di quelle pupille appuntite come spilli e morbide quanto un bacio di rose. In quella notte rivedeva lui, nel sorriso di una luna stanca e di una strada vuota e liscia come la pelle di un serpente. Un serpente che strisciava e la guardava con quegli occhi magnetici, ipnotici e brillanti, così brillanti. Li avrebbe cercati tra mille altri sguardi senza trovarli e forse non li avrebbe trovati mai, ma questo lo sapeva e lo accettava. Le bastava quel ricordo nebbioso, che si perdeva con lei e con quella maledetta notte, quel maledetto bicchiere in più, che ora non la faceva stare in piedi. Avrebbe voluto baciarli quegli occhi, leccarli per sentirne il sapore e guardarli per sempre. Erano un antidoto per il mondo, una vita da vivere in un posto lontano, un posto che non esisteva e mai sarebbe esistito. Eppure pregava con tutta se stessa di sbagliarsi, di trovarli quegli occhi, magari proprio dentro di lei. Li avrebbe ripescati dal suo cervello ogni qualvolta che voleva e ci avrebbe osservato il mondo in un’onda del mare, in uno tsunami.

Idee e progetti.

Ogni giorno mi sveglio con una gran voglia di scrivere, mi dico: ‘Ehy, oggi ho un’idea strabiliante.’ E poi puntualmente me ne dimentico, o mi rendo conto che quell’idea non era poi così meravigliosa. Così, anche oggi, alzandomi dal letto ho iniziato a scervellarmi su una storia che mi era saltata in mente, ed ora, a distanza di poche ore, già me ne sono dimenticata. Non che io non abbia una buona memoria, ma sembra quasi che i miei pensieri mi sfuggano, magari sgattaiolando dalle orecchie. Ma poi, anche ricordando, non so come mettere tutto in forma scritta. Stamattina avevo pensato sul giocare sul discorso dell’intero e della metà: Platone diceva che in principio esistevano gli androgini, poi brutalmente divisi in due e desiderosi di ritrovare la loro metà perduta. Tutta tranquilla ho fatto colazione rimuginando sul progetto della mattinata, che mi avrebbe occupato un po’ di tempo, dato che il mio mondo inizia sempre troppo presto -7:30 quando mi sveglio tardi – e le mie amiche si svegliano verso le 11:30. Poi però l’ispirazione si è dissolta insieme ai biscotti nel latte ed ho quest’idea che mi frulla in testa, ma che non so come far uscire. O almeno, parlando di un post su un blog, sì, posso fare uno dei miei soliti agglomerati di pensieri, ma oggi volevo fare qualcosa di più grande, riflettere più sommariamente. Aspettatevi un gran discorso, allora. Nel frattempo direi che la cosa migliore è non perdere mai il desiderio di mettere i propri sentimenti su carta -in questo caso virtuale. Solo così potremo ricordarci di cosa siamo stati e scoprire cosa saremo. Poi chi lo sa, il mondo è una tela bianca e noi un solo puntino nero, tocca a noi diventare di mille colori e dipingerlo.