Un po’ sola

Non imparerò mai il dolore, non imparerò mai a cadere, perché quando mi faccio male strappo via le croste. Le ferite non sanno come rimarginarsi. A volte mi chiedo perché io voglia che le mie cicatrici rimangano in rilievo, come un crinale sulla mia pelle, un brivido soffocato. E intanto, comunque, cado. Ricordo quando scrissi, ormai un anno e mezzo fa, che tu eri un sole timido, che aveva smesso di tagliarsi i raggi perché se il mondo lo aveva graffiato aveva il diritto di farlo anche lui. Che strano mondo doveva essere quello, capace di tagliare la lava. Oggi il mio sole continua a splendere in una stanza un po’ buia, con gli occhi spenti ma che appena mi vedono brillano. Sembri un pulcino, che parla per vezzeggiativi, come se potessi tornare indietro, come se fossi un bambino con la paura del buio, di rimanere da solo.

(RomAmor)

Viviamo in una perenne decadenza e questa è la nostra bellezza, che difendiamo nel tramonto di un’epoca che non è mai stata nostra. Ci difendiamo dietro un passato troppo grande, dove siamo rimasti e che non sappiamo neanche vedere. Non reggiamo al confronto, con questa nazione piccola, senza slanci, nella mancanza di qualcosa. Vacci a capire. Come tutti preferiamo crogiolarci nell’attesa, di un Messia forse?, la verità è che allo stesso tempo è un desiderio ed un rifiuto: parlando chiaramente, oggi chi sceglierebbe mai questa nave sanza nocchiero, questa Roma per rinascere? La bellezza dei vicoli, la bellezza delle crepe, la bellezza del cadere e non sapere rialzarsi, non è più di moda. Perché questo siamo, una Roma che ha creato il mondo e l’ha diviso in province, e che ora ne è la provincia più lontana. Non sarebbe strano se questo Messia qui ci nascesse e poi scappasse, come tutti, e come me. Nel frattempo leggo di chi ha amato un’altra Italia, ed io come tutti, ne rimango tremendamente innamorata. Lo sarò per sempre, come la peggiore delle amanti, che ama solo se tradita. Vorrei conoscere quelle città di rovine e relitti che hanno ci hanno reso noi, una specialità che al posto di avere i baffi e la pizza che gira sull’indice, ha gli occhi persi nel cielo. Qualcuno mi ha detto che quella grandezza esisteva, e io la vedo solo dove si è spezzata, dove non esiste più nulla, nel bagnarmi l’anima con dell’acqua sporca che riesco a sentire pulita. Allora mi ritrovo come sempre a cantare per te, Italia impazzita e che non viene domata da nessuno perché non c’è nulla da domare se non il silenzio. Non ho risposta, nessuno e neanche io alla fine riesce davvero a gridare, ci piace ristagnare nella nostra stessa palude, fatta di tangenti, cocaina tagliata male e rifiuti tossici che finiscono in mare, e nella mozzarella. Continuamente divisi da linee immaginarie ci incamminiamo verso un futuro che vuole un’unità che non ci è mai appartenuta, noi siamo tipi da orticello, del resto poco ci importa, finché dura perché porsi il problema di essere onesti, finché dura perché inseguire un ideale, finché dura perché essere se stessi, meglio fingere di essere la maschera di Pulcinella. Siamo tanti Pulcinella, tutti con la risata pronta e una malinconia nascosta dietro questo sole alto da cui scappiamo verso rigidi Inverni, a cercare nuovi orizzonti e a cercare solo quello che sa di casa, dove il caffè si prende tutti insieme, non per strada. È la presunzione che ci frega, ma del resto chi non si vanterebbe.

Mania di sole

Una luce ti taglia il viso.

Il mio, invece,

incollato alla finestra,

non capisce e non guarda.

Siamo come divisi in un bicchiere d’acqua

e le parole non servono.

Eppure io, persino con le labbra squarciate,

coprirei le tue come un lenzuolo

come una rete

che cattura solo il respiro.

Mi manchi, e sono banale

mentre sento di non averti più

dentro

a crescere come edera ,

a rubarmi la gola

Il tuo corpo

sembra lungo quanto un’onda

le dita ne sono spuma

sdraiate,

come te,

sul mio petto ;

se quell’acqua,

quei flutti ,

fossero in realtà

solo gambi di rose

no

forse rami di Zagara e di estate,

collane di bacche,

allora

sarei come questa mattina

di velluto

di silenzio.

Prove di inizi

Una volta, quando sapeva contare i numeri ma non le stelle, Maria si era seduta in mezzo all’acqua di un fiume, vicino ad un tronco.Si era chiesta quanto avrebbe perso nel diventare fango, e lasciarsi mangiare da quelle onde deboli, come le braccia di sua madre, che da piccola non riuscivano mai a prenderla. E pensandoci bene poi, capì che non c’era bisogno di diventarlo, perché lei già era fatta di fango, e di conchiglie, impigliate nei suoi capelli. Si sentì chiamare da lontano, e vide sua sorella, un po’ timida, e avvolta nel suo asciugamano, quasi avesse paura delle carezze del sole. “Arrivo, un attimo”.

Caravaggio la dipingerebbe perfettamente, dilaniata da una luce che la acceca e mostra quello che vuole lei, e la nostra Maria, battezzata dalle correnti, inerte si prostrerebbe. Se il mondo capisse questa bellezza, se la si potesse condividere con chi pensa di aver conosciuto solo lo splendore, Maria potrebbe mostrare quanto dolce sia l’odore della sconfitta, quanto vero sia scoprire che l’edera scava le pareti, ma anche la pelle. La sua, per esempio, non era stata ancora invasa dalle foglie, forse perché sapeva di terra bruciata, e l’edera aveva paura di morirci lì  sopra. Nessuno aveva mai capito perché lei non si togliesse quell’odore, quel profumo selvatico, di dosso – lasconfitta le donava, come un vestito che le stringeva la vita e il respiro. Ma alla fine, quello che doveva fare, era solamente fare finta di essere, e sorridere a sua sorella, che tremando le porgeva la sua veste per quel pomeriggio d’estate, un asciugamano coi delfini.

“Gelato?” chiese, asciugandosi le gambe, e sua sorella annuì, “Io prendo quello con le meringhe”. Maria e Maddalena, la simpatia della loro famiglia non aveva mai avuto limiti, e in più, senza rendersene conto, le avevano invertite: la Madre di Dio non era altro che l’amante di suo figlio. Quelle due sorelle erano una moneta che aveva girato troppo su se stessa e aveva finito per confondersi da sola; così una era nata fango, l’altra porpora, ma entrambe con quelle conchiglie intessute tra le ciocche, o sul petto.

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A cas(o)

Io sono una di quelle persone che ama Roma per la sua eternità, per la sua grandezza. Tu che ci sei nato, no,  non saprai amarla davvero, perché in qualche strano modo, sarai sempre estraneo alla sua bellezza, la incolperai di non averti fatto nascere davvero. Io qui invece, in questi vicoli, ho scoperto che lei non deve farti nascere niente e non deve far morire nulla, Roma resta, forse non in piedi ma resta. E se tu non sai capirlo è perché, semplicemente, preferisci incolpare chi ti ha nutrito piuttosto che chi non ha saputo mangiare. Lo so già cosa pensi, cosa vuoi saperne tu, di quello che provo io, per questa mia città. Lo so perché anche io la provo per la mia, il problema è che la mia mi ha fatto solo nascere la voglia scappare, la tua di rimanere. La vera domanda è, cosa ci vuoi fare, con questa santissima città? Io qui ci navigo, e te, ti è forse troppo dolce questo naufragare?, non c’è niente ad aspettarti, neanche un baratro, una colpa, un sorriso, una vendetta, un giocattolo rotto? Niente, nemmeno l’immensità?

Ma allora almeno stasera parliamo di qualcosa che non siano le tue perdite, parliamo di quanto sarebbe bello perdersi.  E la devo smettere di parlare per frasi fatte, e farle io le frasi, e magari fare anche qualcosa, come prenderti per il colletto e darti uno schiaffo, poi un bacio perché alla fine, sei te la mia Roma, e sei l’unica cosa che mi grida di non scappare via, di nuovo. Ho fame, e non di te, ho fame di arrivare tardi ad un appuntamento, ho fame di camminare sull’acqua e non sulla spiaggia, ho fame di sole, e di pioggia, e ho fame di fare la spesa con te, che non sai mai cosa vuoi e ti fermi a guardare solo il pesce. Vorrei averti qui per sempre, e vorrei sapere di essere solo io quella tua fame.

Non saprei

Ho imparato ad amare lentamente, dolcemente, come quando ci si addormenta senza rendersene conto. Ho imparato ad essere me stessa nello spazio di un passo lungo quanto basta per contenerne altri cento, perché alla fine ho imparato anche che tutto è relativo. Ho imparato a vivere con te e senza di te, e sto ancora imparando a vivere sola, senza braccia in cui rifugiarmi dopo una giornata, una vita, sfiancante. Di questi tempi tutti corrono e io non so fare altro se non guardarli e pensare se è così male, poi, avere un lampadario sopra i capelli e nessuna idea, se non cosa cucinare stasera, che di per sé è già un grande risultato. Ho imparato come piangere anche quando non ce n’è bisogno, forse perché inizio già ad avere nostalgia di un viaggio che non ho ancora intrapreso del tutto. Inizia a mancarmi il mare e solo ora capisco di averne uno dentro, che argino in questa nottata un po’ spettinata. Mi chiedo quante volte sei riuscito a solcarmi senza che io me ne accorgessi, in questi anni che con te sono sembrati poche ore. Non so bene cosa dedicarti, se non tutta me, una Venere di sale e di ghiaccio.

Mi manchi, tu e le tue mani, e un po’ stasera ti odio a non vederti accanto a me.