λάϑε βιώσας

Il mio fiore brilla come sempre, come se i suoi petali un po’ arrugginiti avessero deciso di non essere recisi ma rimanessero su. Sono dei petali un po’ spettinati. Io non so come fare, nel vederlo reclinato sul terreno, con tanti cuscini sotto di lui ma che non riescono ad aiutarlo, come non riesco io. Se solo potessi far finta di essere te, ti ruberei tanto di quel dolore che non ti ricorderesti neanche di averlo avuto. Me ne farei carico io. Lo vedo che soffri, e sento la tua voce divenire più flebile, mentre non ti vuoi far vedere da me mentre qualche lacrime cade. È semplicemente un po’ di paura, quella ‘fifa’ che hai bisbigliato di avere al mio altro fiore mentre ti ricucivano qualche petalo un po’ andato a male. E sei rinato, e rinascerai, io con te perché solo adesso, dopo tanto tempo, mi rendo conto di essere una tua copia sbiadita, meno brillante ma dolce come te, se non qualcosina in più. Mi manca venire sotto l’ala e sentirmi protetta dal mondo. Ormai però sono più alta io.

Ci sono cose che non si controllano, ed è quel senso di serenità che ho trovato solo da pochi anni: semplicemente con te tutto mi sembra più facile. Sei il mio punto di riferimento, ciò che vorrei diventare. Invece io sono così piccola e mi faccio sempre più piccola, mentre sento di non credere più in nulla, tantomeno in me stessa. Vorrei tornare bambina, eppure divento solo piccola. Non è la stessa cosa sentirsi della taglia di un moscerino con la coscienza di un elefante. Vorrei avere i problemi della mia età, studiare poco, andare a ballare, ridere e basta, cucinare una torta il pomeriggio e non fare niente sul divano. Non riesco più a provare nulla. Sento che vivere non ha poi tutto questo valore, che ogni risultato finisce per spezzarsi in una bolla di fumo. Ed io non ho ancora costruito nulla, nessun valore aggiunto alla mia personalità, se non degli occhi che dentro hanno un pezzo di oceano allampanato, un pezzo di cielo che non ha capito di esserlo. Mi manca la mia innocenza e la mia stupidità, la mia superficialità, adesso ogni momento che salgo in macchina e sono seduta, e guardo fuori, fuori da questo mondo che non riesco più a vedere, vedo mille luci, arancioni, verdi, gialle, blu, e non capisco perché esistano, come non capisco perché esista io. Eppure non piango, anzi fingo di essere felice e di scoprire in quella cornucopia di colori qualcosa di diverso. La mia è una vita fatta davvero di maschere.

 

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Un po’ sola

Non imparerò mai il dolore, non imparerò mai a cadere, perché quando mi faccio male strappo via le croste. Le ferite non sanno come rimarginarsi. A volte mi chiedo perché io voglia che le mie cicatrici rimangano in rilievo, come un crinale sulla mia pelle, un brivido soffocato. E intanto, comunque, cado. Ricordo quando scrissi, ormai un anno e mezzo fa, che tu eri un sole timido, che aveva smesso di tagliarsi i raggi perché se il mondo lo aveva graffiato aveva il diritto di farlo anche lui. Che strano mondo doveva essere quello, capace di tagliare la lava. Oggi il mio sole continua a splendere in una stanza un po’ buia, con gli occhi spenti ma che appena mi vedono brillano. Sembri un pulcino, che parla per vezzeggiativi, come se potessi tornare indietro, come se fossi un bambino con la paura del buio, di rimanere da solo.

(RomAmor)

Viviamo in una perenne decadenza e questa è la nostra bellezza, che difendiamo nel tramonto di un’epoca che non è mai stata nostra. Ci difendiamo dietro un passato troppo grande, dove siamo rimasti e che non sappiamo neanche vedere. Non reggiamo al confronto, con questa nazione piccola, senza slanci, nella mancanza di qualcosa. Vacci a capire. Come tutti preferiamo crogiolarci nell’attesa, di un Messia forse?, la verità è che allo stesso tempo è un desiderio ed un rifiuto: parlando chiaramente, oggi chi sceglierebbe mai questa nave sanza nocchiero, questa Roma per rinascere? La bellezza dei vicoli, la bellezza delle crepe, la bellezza del cadere e non sapere rialzarsi, non è più di moda. Perché questo siamo, una Roma che ha creato il mondo e l’ha diviso in province, e che ora ne è la provincia più lontana. Non sarebbe strano se questo Messia qui ci nascesse e poi scappasse, come tutti, e come me. Nel frattempo leggo di chi ha amato un’altra Italia, ed io come tutti, ne rimango tremendamente innamorata. Lo sarò per sempre, come la peggiore delle amanti, che ama solo se tradita. Vorrei conoscere quelle città di rovine e relitti che hanno ci hanno reso noi, una specialità che al posto di avere i baffi e la pizza che gira sull’indice, ha gli occhi persi nel cielo. Qualcuno mi ha detto che quella grandezza esisteva, e io la vedo solo dove si è spezzata, dove non esiste più nulla, nel bagnarmi l’anima con dell’acqua sporca che riesco a sentire pulita. Allora mi ritrovo come sempre a cantare per te, Italia impazzita e che non viene domata da nessuno perché non c’è nulla da domare se non il silenzio. Non ho risposta, nessuno e neanche io alla fine riesce davvero a gridare, ci piace ristagnare nella nostra stessa palude, fatta di tangenti, cocaina tagliata male e rifiuti tossici che finiscono in mare, e nella mozzarella. Continuamente divisi da linee immaginarie ci incamminiamo verso un futuro che vuole un’unità che non ci è mai appartenuta, noi siamo tipi da orticello, del resto poco ci importa, finché dura perché porsi il problema di essere onesti, finché dura perché inseguire un ideale, finché dura perché essere se stessi, meglio fingere di essere la maschera di Pulcinella. Siamo tanti Pulcinella, tutti con la risata pronta e una malinconia nascosta dietro questo sole alto da cui scappiamo verso rigidi Inverni, a cercare nuovi orizzonti e a cercare solo quello che sa di casa, dove il caffè si prende tutti insieme, non per strada. È la presunzione che ci frega, ma del resto chi non si vanterebbe.

Prove di inizi

Una volta, quando sapeva contare i numeri ma non le stelle, Maria si era seduta in mezzo all’acqua di un fiume, vicino ad un tronco.Si era chiesta quanto avrebbe perso nel diventare fango, e lasciarsi mangiare da quelle onde deboli, come le braccia di sua madre, che da piccola non riuscivano mai a prenderla. E pensandoci bene poi, capì che non c’era bisogno di diventarlo, perché lei già era fatta di fango, e di conchiglie, impigliate nei suoi capelli. Si sentì chiamare da lontano, e vide sua sorella, un po’ timida, e avvolta nel suo asciugamano, quasi avesse paura delle carezze del sole. “Arrivo, un attimo”.

Caravaggio la dipingerebbe perfettamente, dilaniata da una luce che la acceca e mostra quello che vuole lei, e la nostra Maria, battezzata dalle correnti, inerte si prostrerebbe. Se il mondo capisse questa bellezza, se la si potesse condividere con chi pensa di aver conosciuto solo lo splendore, Maria potrebbe mostrare quanto dolce sia l’odore della sconfitta, quanto vero sia scoprire che l’edera scava le pareti, ma anche la pelle. La sua, per esempio, non era stata ancora invasa dalle foglie, forse perché sapeva di terra bruciata, e l’edera aveva paura di morirci lì  sopra. Nessuno aveva mai capito perché lei non si togliesse quell’odore, quel profumo selvatico, di dosso – lasconfitta le donava, come un vestito che le stringeva la vita e il respiro. Ma alla fine, quello che doveva fare, era solamente fare finta di essere, e sorridere a sua sorella, che tremando le porgeva la sua veste per quel pomeriggio d’estate, un asciugamano coi delfini.

“Gelato?” chiese, asciugandosi le gambe, e sua sorella annuì, “Io prendo quello con le meringhe”. Maria e Maddalena, la simpatia della loro famiglia non aveva mai avuto limiti, e in più, senza rendersene conto, le avevano invertite: la Madre di Dio non era altro che l’amante di suo figlio. Quelle due sorelle erano una moneta che aveva girato troppo su se stessa e aveva finito per confondersi da sola; così una era nata fango, l’altra porpora, ma entrambe con quelle conchiglie intessute tra le ciocche, o sul petto.

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A cas(o)

Io sono una di quelle persone che ama Roma per la sua eternità, per la sua grandezza. Tu che ci sei nato, no,  non saprai amarla davvero, perché in qualche strano modo, sarai sempre estraneo alla sua bellezza, la incolperai di non averti fatto nascere davvero. Io qui invece, in questi vicoli, ho scoperto che lei non deve farti nascere niente e non deve far morire nulla, Roma resta, forse non in piedi ma resta. E se tu non sai capirlo è perché, semplicemente, preferisci incolpare chi ti ha nutrito piuttosto che chi non ha saputo mangiare. Lo so già cosa pensi, cosa vuoi saperne tu, di quello che provo io, per questa mia città. Lo so perché anche io la provo per la mia, il problema è che la mia mi ha fatto solo nascere la voglia scappare, la tua di rimanere. La vera domanda è, cosa ci vuoi fare, con questa santissima città? Io qui ci navigo, e te, ti è forse troppo dolce questo naufragare?, non c’è niente ad aspettarti, neanche un baratro, una colpa, un sorriso, una vendetta, un giocattolo rotto? Niente, nemmeno l’immensità?

Ma allora almeno stasera parliamo di qualcosa che non siano le tue perdite, parliamo di quanto sarebbe bello perdersi.  E la devo smettere di parlare per frasi fatte, e farle io le frasi, e magari fare anche qualcosa, come prenderti per il colletto e darti uno schiaffo, poi un bacio perché alla fine, sei te la mia Roma, e sei l’unica cosa che mi grida di non scappare via, di nuovo. Ho fame, e non di te, ho fame di arrivare tardi ad un appuntamento, ho fame di camminare sull’acqua e non sulla spiaggia, ho fame di sole, e di pioggia, e ho fame di fare la spesa con te, che non sai mai cosa vuoi e ti fermi a guardare solo il pesce. Vorrei averti qui per sempre, e vorrei sapere di essere solo io quella tua fame.

Non saprei

Ho imparato ad amare lentamente, dolcemente, come quando ci si addormenta senza rendersene conto. Ho imparato ad essere me stessa nello spazio di un passo lungo quanto basta per contenerne altri cento, perché alla fine ho imparato anche che tutto è relativo. Ho imparato a vivere con te e senza di te, e sto ancora imparando a vivere sola, senza braccia in cui rifugiarmi dopo una giornata, una vita, sfiancante. Di questi tempi tutti corrono e io non so fare altro se non guardarli e pensare se è così male, poi, avere un lampadario sopra i capelli e nessuna idea, se non cosa cucinare stasera, che di per sé è già un grande risultato. Ho imparato come piangere anche quando non ce n’è bisogno, forse perché inizio già ad avere nostalgia di un viaggio che non ho ancora intrapreso del tutto. Inizia a mancarmi il mare e solo ora capisco di averne uno dentro, che argino in questa nottata un po’ spettinata. Mi chiedo quante volte sei riuscito a solcarmi senza che io me ne accorgessi, in questi anni che con te sono sembrati poche ore. Non so bene cosa dedicarti, se non tutta me, una Venere di sale e di ghiaccio.

Mi manchi, tu e le tue mani, e un po’ stasera ti odio a non vederti accanto a me.

09-02-2017, 03:19

Oggi, e non lo faccio spesso, vorrei parlare un po’ delle mie cazzate pseudo filosofiche. Molto probabilmente però, conoscendomi, non finirò ciò che mi sono prefissata di dire, forse proprio perché il bello di questi discorsi è la spontaneità con cui sgorgano, ancora confusi, ancora aggrovigliati. Ciò su cui mi sono soffermata è quanto la cultura si riverberi nella vita di tutti i giorni, attraverso un concetto quasi subalterno della stessa, e quanto invece la cultura ‘libresca’ sia ritenuta indispensabile ma non per questo valore condiviso da una società. Così il reietto si scopre quello che non guarda la televisione, e magari legge. Insomma, per essere accettati da una  società mediocre bisogna veicolare valori mediocri, come il bell’aspetto disunito dall’ «agathós», per dirla alla greca, più semplicemente il buono che dovrebbe appartenerci, l’empatia che ci ha permesso di crescere verso un ideale di vita associata basata sulla condivisione di valori solo possibili se sociali e socializzanti, sebbene poi divenuti gerarchici e castali. È così che i capisaldi della nostra cultura si dimostrano essere parole che non esistono, in una notifica del telefono, e si sgretolano sotto pesi che non sapevamo di portare fino a quando, per sbaglio, una sera ci siamo guardati allo specchio e non ci siamo visti lì, ma da qualche parte lontana, con il mare tra i capelli, forse era il cielo. Ma non lo possiamo sapere, perché il nostro specchio è nei bagni pubblici di una stazione, con la realtà che sa di sporco, come tutto quello che abbiamo scoperto di avere intorno in una frazione di secondo. Eppure preferiamo dimenticare tutto quanto, e facciamo le cose tanto per fare, un figlio fatto di corsa, in una notte finita anche lei in bagno, a vomitare l’anima e anche qualche cosa di più. 14959054_1215443071863238_764427576_o

La cosa più spaventosa è questa che è questa dipendenza morbosa a renderci umani, questo desiderio di condivisione e di compassione. Eppure il modo di vivere da osannare è quello di chi non si lascia trasportare da alcuna emozione: vince chi non prova ad essere se stesso. E da qui partirebbero altri mille pensieri, che non saprei neanche bene come scrivere, poi finisce che diventa un casino e ci metto dentro di tutto, questa immensa storia umana fatta solo di maschere, sono costellazioni di personalità naufraghe e stanche, abbandonate lontano dalla riva di se stessi.

Insomma, come si può credere indispensabile una cultura che non viene cibata di nessun nuovo pensiero se non di ririricorsi della storia, di un ‘tutto scorre’ che sa tanto di hipster e di vissuto. Sono queste le minchiate che ammazzano ogni novità, altro che le guerre di religione, sono cose più concrete, è la troppa libertà, che si sa, dà alla testa, come tutto ciò che non è mediocre. Si vive bene soltanto nel mezzo, tocca trovare un rifugio in cui nascondermi non appena il mondo si fa più terso.