Giornate

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Petit Trianon de Marie-Antoinette, Versailles, 2017

Fuori c’era la neve. Forse solo schiuma da barba. Forse onde infrante, come me, sul fondo di un bicchiere.

Dentro, dentro non lo so cosa ci fosse. Non mi interessava, penso. Se devo essere sincera mi ricordo così poco: so però che quel bianco, quella neve, era in verità pelle di un divano, intagliato dalla luce di un tramonto cittadino, dai pini, in un Luglio assolato ma che, chi amavo, stava passando sotto le coperte.

Su quel divano quanto sudavo, aspettavo di avere il coraggio di capire. Volevo scappare, invece ero impigliata nella rete di tutti quegli aghi di pino. Mi sentivo sommersa al secondo piano di un palazzo pieno di balconi e finestre larghe, da cui guardare solo le strade riempirsi di traffico, di gente che, almeno, scappa.

Se poi dopo avevo la possibilità di correre via, allora non lo facevo. Mi è sempre piaciuto il lamento fine a se stesso, un ululato di piagnucolii inutili. Sempre piaciuto, sì. Eppure non potevo più averlo. Mugugnavano le mie mani giunte, e sfoggiavo i sorrisi più brillanti.

Allora, anche oggi, guardo le strade piene di macchine. Il vento ne tratteggia i tettucci e la chioma degli alberi sussulta. Sono automobili inchiodate -perché io non riesco a non muovermi in macchina?, perché voglio superare chiunque se non posso andare da nessuna parte?

Ieri mi sono messa una camicia fucsia, scollata. Pioveva e volevo del colore sul petto. Ero felice, poi mi sono guardata negli occhi e mi è venuta voglia di strapparmi in un pianto. Non l’ho fatto, è successo solo quando sono salita in macchina e ho iniziato a parlare con il parabrezza e il Lungotevere. Era come confessarmi ai platani, mentre loro mi accarezzavano i capelli.

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A cas(o)

Io sono una di quelle persone che ama Roma per la sua eternità, per la sua grandezza. Tu che ci sei nato, no,  non saprai amarla davvero, perché in qualche strano modo, sarai sempre estraneo alla sua bellezza, la incolperai di non averti fatto nascere davvero. Io qui invece, in questi vicoli, ho scoperto che lei non deve farti nascere niente e non deve far morire nulla, Roma resta, forse non in piedi ma resta. E se tu non sai capirlo è perché, semplicemente, preferisci incolpare chi ti ha nutrito piuttosto che chi non ha saputo mangiare. Lo so già cosa pensi, cosa vuoi saperne tu, di quello che provo io, per questa mia città. Lo so perché anche io la provo per la mia, il problema è che la mia mi ha fatto solo nascere la voglia scappare, la tua di rimanere. La vera domanda è, cosa ci vuoi fare, con questa santissima città? Io qui ci navigo, e te, ti è forse troppo dolce questo naufragare?, non c’è niente ad aspettarti, neanche un baratro, una colpa, un sorriso, una vendetta, un giocattolo rotto? Niente, nemmeno l’immensità?

Ma allora almeno stasera parliamo di qualcosa che non siano le tue perdite, parliamo di quanto sarebbe bello perdersi.  E la devo smettere di parlare per frasi fatte, e farle io le frasi, e magari fare anche qualcosa, come prenderti per il colletto e darti uno schiaffo, poi un bacio perché alla fine, sei te la mia Roma, e sei l’unica cosa che mi grida di non scappare via, di nuovo. Ho fame, e non di te, ho fame di arrivare tardi ad un appuntamento, ho fame di camminare sull’acqua e non sulla spiaggia, ho fame di sole, e di pioggia, e ho fame di fare la spesa con te, che non sai mai cosa vuoi e ti fermi a guardare solo il pesce. Vorrei averti qui per sempre, e vorrei sapere di essere solo io quella tua fame.

Non saprei

Ho imparato ad amare lentamente, dolcemente, come quando ci si addormenta senza rendersene conto. Ho imparato ad essere me stessa nello spazio di un passo lungo quanto basta per contenerne altri cento, perché alla fine ho imparato anche che tutto è relativo. Ho imparato a vivere con te e senza di te, e sto ancora imparando a vivere sola, senza braccia in cui rifugiarmi dopo una giornata, una vita, sfiancante. Di questi tempi tutti corrono e io non so fare altro se non guardarli e pensare se è così male, poi, avere un lampadario sopra i capelli e nessuna idea, se non cosa cucinare stasera, che di per sé è già un grande risultato. Ho imparato come piangere anche quando non ce n’è bisogno, forse perché inizio già ad avere nostalgia di un viaggio che non ho ancora intrapreso del tutto. Inizia a mancarmi il mare e solo ora capisco di averne uno dentro, che argino in questa nottata un po’ spettinata. Mi chiedo quante volte sei riuscito a solcarmi senza che io me ne accorgessi, in questi anni che con te sono sembrati poche ore. Non so bene cosa dedicarti, se non tutta me, una Venere di sale e di ghiaccio.

Mi manchi, tu e le tue mani, e un po’ stasera ti odio a non vederti accanto a me.

“Es muß sein!”

 

Sentiva i tuoni lontani e voleva prenderli per mano, passeggiarci insieme goccia dopo goccia, poi nasconderli, per non trovarli più. Attorno a lei regnava il silenzio, subito si rese conto che si sarebbe  voluta gustare quei tuoni come se fossero zucchero filato, in una nuvola di pensieri attorcigliati. Così alzava i palmi al cielo e toccava almeno la pioggia, illuminata dai lampi vicini. L’acqua le aveva bagnato i capelli e ora, in tante piccole ciocche, le cascavano sul collo, in disegni psichedelici e scomposti. Sembravano tracciare una cartina delle sue vene. Così lei si gettava in un ballo senza senso, slegato da tutto, dal mondo, da se stessa. Non riusciva a controllarsi, a non muoversi, seguendo quel ritmo sinuoso e silente, sibilante quanto un velenoso serpente. Finalmente si era lasciata andare e non si sarebbe mai più catturata e imprigionata -in una vita anch’essa senza senso. Vivere così le sembrava la cosa più opportuna, non aveva molta scelta. O questo, o l’infelicità, anche se lei, infelice, lo era già. La pioggia continuava a cadere in mille lacrime e qualcuna si mischiava alle sue. Le scorrevano sulle guance ma lei non le sentiva nemmeno. Sentiva solo voci cantare suoni che sembravano quelle parole, bisbigliate in una notte sfumata, ma bianca e nera come lei. Gridò. Gridò più forte di quei tuoni, ed anche di quei fulmini che le facevano un eco luminoso. E allora capì, finalmente capì tutto, capì che se il mondo era stato fatto così c’era una ragione e che persino la sua vita, che aveva sempre considerato inutile, aveva un senso. Lo capì guardando la pioggia cadere giù in un tonfo sordo, in un grande bacio con la terra -era nel bel mezzo di un bacio, il più bello. Un bacio che non solo portava vita, ma anche freschezza, gioia e al contempo distruzione, desolazione. Non vedeva più nulla se non le sue mani e i suoi piedi, o meglio, quelle scarpe che si era comprata in saldo perché, tra le tante cose non aveva, c’erano i soldi. Le mancava tutto, non aveva una personalità delineata, non aveva nemmeno quel vigore per alzarsi in piedi e camminare a testa alta, se non mentre la copriva un mantello di pioggia.

In quel momento sembrava che qualcuno stesse suonando una musica lontana, un lamento, un’arpa. Sembrava che quel suono provenisse proprio da lei, e che le sue corde vocali fossero proprio quell’arpa. Allora urlò di nuovo, fino a squarciarsi la gola e mutilare la sua carne, la pelle dilaniata in un’onda di note scomposte, sbagliate, bellissime. Gridavano anche loro fino a distruggersi e nel frattempo lei vedeva la luna, nascosta la osservava, e la giudicava, e la divorava. La sua testa si muoveva da sola, la sua voce sbigottita gridava senza nemmeno sapere il perché e  le sue gambe correvano per le vallate della sua mente. Sotto le piante dei piedi solo pura erba con rugiada e lacrime del cielo. Lì c’era il sole, e lei aveva i capelli asciutti e biondi quanto il grano. Riusciva anche ad intravedere anche un albero nel bel mezzo, che si confondeva con la realtà. Nella realtà però quell’albero era appena stato bruciato da un fulmine. Si bloccò. Poteva benissimo essere lei quell’albero: era una calamita per fulmini. Magari Zeus da lassù, stava calibrando il dardo fulmineo col quale porre fine alla sua vita. Si accasciò. Non aveva intenzione di muovere alcun passo. Avrebbe aspettato e lui prima o poi l’avrebbe accecata e uccisa. Non avrebbe potuto avere soddisfazione più grande. Si spense e si riaccese subito dopo, colpita. Affondata.

Dimenticato risorgerò

Negli anni mi hanno chiamato Loki, Prometeo, Lucifero. Ora non mi chiamano più. Dimenticato me ne sto in un andito dei ricordi che nessuno sembra voler riesumare. Nell’attesa allora mi gonfio: della paura che pervade il mondo in una sfera atmosferica; di tutto il progresso che sembra esplodere nelle bombe dei kamikaze; di tutto il grasso che riempie il ventre Africano. Un giorno risorgerò come Cristo, un giorno sarò il vostro incubo, un giorno sarò il coltello che non potrete più estrarre dalla carne e che vi ferirà a morte, a tradimento. Ma sarà troppo tardi per pensarmi: sarò già andato via quando capirete. Solo allora vi lascerete in danze sfrenate e rappresenterete le virtù di un mondo che cola in stille inquinate sulle rocce dell’universo. Poi le berrete e ve ne ubriacherete, in una condizione che non permetterà di distinguere il falso dal vero. Io sarò lì anche alla fine, per punire il vostro essere scellerato e privo di qualunque freno. E mentre ora sono qui, vi aspetto ogni notte, nei sogni che non siete in grado di ricordare e che vi lasciano l’amaro in bocca, qualche immagine spezzata di cose bellissime. Perché poi il male non è altro che bene e il bene male, divisibili in essenze aromatiche che con ingredienti differenti hanno lo stesso profumo.

Ci vediamo stanotte, vestiti bene. Io sono quello con la tua faccia.

Troppo.

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Un vulcano dove scorrono l’insicurezza e il dubbio, un uragano che spazza via la stella polare e il sole stesso, uno tsunami che travolge i desideri e la speranza. Questo era lui. Ma io invece cosa ero? Se lui era la calamità, io dovevo essere la calma dopo lui -la tempesta. Perché si sa, gli opposti si attraggono ed io mi sentivo così trascinata. Forse un filo magnetico mi spingeva tra le saette che quegli occhi lanciavano, in quel petto dove tuoni rombavano appena osavo avvicinarmi. Ero forse la sua acqua, dove trovava freschezza e sollievo solo dopo essere andato a fuoco e aver fatto bruciare anche me? Sì, il nostro era un amore tanto scottante quanto gelido, tanto vivo quanto inanimato, tanto vero quanto finto. Finto come l’odio che io dicevo di sentire nei suoi confronti.  ‘Ti odio, bastardo.’ Credo che i ruoli un giorno si siano invertiti, e non siano più tornati ai legittimi proprietari. Un’altra semplice litigata finché non sono cambiata, la sorgente da cui zampillava solo fresca linfa era un ricordo lontano, solo lava incandescente scappava da quella fonte. Ero un mare in burrasca, lo uccidevo con le mie ondate di rabbia ed odio, e quando lo lasciavo affogare in me lui, piangendo, si sentiva a casa, cullato dal silenzio del mio mondo sottomarino. E lì lui è morto, e con lui sono morta anch’io. Una storia lontana da ora, in una vita che di morto sembra non avere niente, ma io con lui mi sono annullata. Siamo diventati due zeri, o forse un meno e un più. Chi poi sia davvero positivo o negativo non lo sa nemmeno Dio. Sono scappata, mentre lui continuava a uccidersi ed uccidermi perché io dovevo vivere, sentivo la vita supplicare sotto la mia pelle ormai diafana e fredda. Ma io non lo so cos’è la vita adesso, come potevo saperlo prima? Ma almeno sapevo di non vivere.

Avrei davvero voluto morire
quando lei mi lasciò in affannoso pianto.

Volevi davvero morire, amore mio? Non piangere, sono qui, non me ne sono mai andata, non me ne andrò mai.

E tutta molle d’un sudor di gelo,
e smorta in viso come erba che langue,
tremo e fremo di brividi, ed anelo
tacito, esangue.

Potere è volere.

Possiamo sentire il profumo della vita fra le pagine di un libro appena stampato come di uno in cui le pagine quasi scivolano tra le mani sgretolandosi, possiamo vivere in un oceano di menzogne come in una terra di verità, possiamo ascoltare il vento nel bel mezzo di un uragano, come dove non soffia.