Mania di sole

Una luce ti taglia il viso.

Il mio, invece,

incollato alla finestra,

non capisce e non guarda.

Siamo come divisi in un bicchiere d’acqua

e le parole non servono.

Eppure io, persino con le labbra squarciate,

coprirei le tue come un lenzuolo

come una rete

che cattura solo il respiro.

Mi manchi, e sono banale

mentre sento di non averti più

dentro

a crescere come edera ,

a rubarmi la gola

Il tuo corpo

sembra lungo quanto un’onda

le dita ne sono spuma

sdraiate,

come te,

sul mio petto ;

se quell’acqua,

quei flutti ,

fossero in realtà

solo gambi di rose

no

forse rami di Zagara e di estate,

collane di bacche,

allora

sarei come questa mattina

di velluto

di silenzio.

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Un po’ a caso

 

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Qualche volta mi incanto, con la faccia da ebete, sì quella lì, gli occhi di vetro. Vorrei sapere cosa si ci riflette quando non vedono più niente, e guardo la finestra del salone, che secondo me è troppo grossa e prima o poi qualcuno ci sbatte contro. È che mi piacciono le cose pulite e ci passo le giornate a passarci di tutto, brillantanti comprati con l’offerta del giorno. Una vita un po’ triste, passata ad incantarsi delle cose troppo piccole e non notare che su quella finestra, su quella mia vita, un graffio c’era, ed era lungo quanto le mie braccia, lungo i fianchi, inerti, incantate anche loro.
Qualche volta mi chiedo se non bevo troppo caffè, e so darmi anche una risposta subito: ne bevo troppo, mi ubriaco di caffè perché con il vino ho già dato. Gli anni più leggeri passati con una bottiglia nascosta nella scatola dei giocattoli vecchi, mia mamma che la trova e la lancia dal balcone, ‘sei troppo piccola’ e allora mi chiedo anche se questo troppo caffè, questo troppo piccola, troppo grande in realtà non sia tutto una copertura per non lasciare che la vita si viva davvero, con il caffè e il vino in una tazza, a solleticarti l’anima e una lingua paralizzata.
Qualche volta mi perdo in una giornata di fumo e nebbia, che sembrano uguali e invece non ci prendono niente. Sarà che a me la puzza di bruciato sembra un profumo, sarà che a me il troppo fa impazzire, e mi faceva impazzire anche lui, e troppo non è stato mai. O almeno troppo un po’ sì, ma al contrario, troppo poco, la sua carne non bruciata, non al sangue, ma fredda di frigo, come la domenica a pranzo, che la tiro fuori dalla confezione gialla e strappo la plastica e la mangio anche io quella bistecca, mentre vorrei mangiarmi solo tutti i mattoni di casa mia, farla scomparire e rimanere senza tetto, senza lui. Non so quanto sia normale desiderare tutto questo, desiderare di scomparire senza dover morire, tanta gente ci avrà pensato, tanta gente sarà scappata. Io però mi incanto e si è fatta ora di pranzo, scongelo la carne -il caffè mi cade sui piedi.

(Senza) senso

Avrei dovuto amare le mille storie dei miei libri,

invece ho scelto di amare te, e le nostre mille storie

-perché amarti non aveva senso e a me le cose che non hanno senso piacciono da morire,

e mi piaci anche tu, la mattina quando non capisci niente, mi guardi e ti riaddormenti.

I mercoledì dove non devi fare nulla,

e ami me,

e io che non capisco, ma poi mi dai un bacio e mi rendo conto che noi non dobbiamo avere per forza un senso

(è questo che mi ha fatto innamorare, quando rido e non so perché

e tu ridi con me

‘Babbea’);

che stiamo bene così, i mercoledì e i lunedì, i sabati e il sushi a portar via, gli anni, le feste, l’ultimo dell’anno a fare l’amore di nascosto;

mi rendo conto che

ti amerò anche domani.

Sorridere?

 

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Se c’è una cosa che non dimenticherò mai è il suo sorriso. Potreste dire ‘banale come scelta per descrivere l’unica persona che hai mai amato’, ma è l’unica cosa che non dimenticherò mai davvero. Il sorriso che dico io non era uno dei tanti che si fanno, quei sorrisi distratti, un po’ di fretta, era un sorriso che non lo lasci più.

Non so perché lo feci, tuttora non saprei spiegarmelo, non era destino, Karma o comunque si chiami, probabilmente era sfiga, una sfortuna che decise di srotolarsi in un pomeriggio di Gennaio, con il sole che scappa troppo presto e quando c’è preferisce coprirsi sotto le nuvole, con Claudia che aveva un maglione rosso scuro, e io che non avevo più niente. Baciai Flavia quasi per sbaglio, dopo aver studiato troppo e aver bevuto un caffè amarissimo nel tentativo di svegliarmi almeno un po’, sarà che a me le giornate di pioggia mettono sonno. Magari stavo dormendo e non mi sono neanche accorto di quello che stavo facendo, ma se dicessi così sarei solo un bugiardo. Alle gambe di Flavia ci avevo pensato tante volte, lo ammetto, e anche ai suoi occhi marroni, che a differenza del caffè sembravano essere dolcissimi, quasi un cerbiatto, glielo dico ancora quando si mette tutto quell’ombretto,  anche se secondo me non le sta nemmeno così bene. A Claudia stava bene tutto invece, anche gli ombretti che detesto e i vestiti larghi, quelli da domenica mattina in pigiama, una maglietta lunga, bianca, senza reggiseno. Quando la vedevo camminare per casa qualche volta pensavo alla sera in cui ci eravamo conosciuti, in Corsica, lei amica di un mio amico che non era così tanto un mio amico, mentre io un bacio sulla spiaggia già me lo immaginavo, un bacio come in quei film che odio, ma che ho amato sulle sue labbra, con la sabbia sotto i piedi e il sale ancora in bocca dopo il bagno. Comunque io a Flavia ci avevo pensato un sacco di volte, anche se, nonostante le gambe chilometriche, quelle magliette larghe non le stavano bene, forse perché Claudia aveva anche la vita larga – e i fianchi stretti-, una vita tanto larga da farci stare anche me, accoccolato in un suo abbraccio.

Qualche sera, mentre Flavia si infila nel letto accanto a me, penso a quella Corsica e a quel sorriso, che mi divora. Mi sorrise proprio mentre stavo baciando Flavia, dopo due anni dal nostro, di primo bacio. Mi sorrise e io la vidi, mentre accarezzavo una di quelle gambe su cui avevo sognato di correre, non rendendomi conto di quanto fosse bello anche solo stare fermo con Claudia, a guardare un film, le stelle. Con Flavia era stata tutta una corsa invece. Si era messa a posto la maglietta, poi si era pettinata i capelli, e Claudia mi sorrideva, ormai lontana da me e a due passi dal letto dove ci eravamo amati così tanto. Anche se aveva uno sguardo azzurro, dentro ci vidi il nero di quel caffè amarissimo, bruciato, caduto fuori dalla tazzina. Il mondo che crolla sotto i piedi, in una pioggia di sorrisi di caffè, nelle maniche che la vedevo stringere,  un sorriso con i denti e con le labbra rosse, che tremavano.

Non mi ha più detto una parola, non mi ha più sorriso, non mi ha più guardato. E se la vedevo di nascosto, lei con le guance arrossate appena scesa dal treno, lo stomaco diventava piccolo, e Claudia correva sulle sue di gambe, era cresciuta con un singhiozzo. Ho iniziato a seguirla, Flavia era pazza di me, l’ho seguita per due anni, senza mai avere il coraggio di toccarla, sfiorarla e cercare un altro inizio, mi vergognavo troppo, dopo quattro anni ho sposato Flavia, e quando ho detto sì lei mi ha sorriso, io dentro di me piangevo.

Claudia non è venuta al mio matrimonio, io al suo ci sono andato e mi sono seduto in fondo alla navata, con lo sguardo basso. A Massimo ha sorriso distrattamente anche lei mentre prometteva tutto il suo amore -chi se non un coglione come me non l’avrebbe fatto- e forse anche lei stava piangendo dentro. L’infelicità non era mai stata così dolce.

Parole al vento

La vita ti pone davanti a tanti di quei bivi che ad un certo punto smetti di contarne quanti ne hai scartato, e anche di domandarti cosa sarebbe successo se. La cosa più bella che posso pensare è che non ho futuro, non c’è niente di fronte a me se non la mia stessa faccia. Mi lascia un gusto agrodolce pensarci. Su di me non hanno ancora rotolato i rimasugli di vita laccati e sprazzi di mosaici colorati non mi hanno illuminato. Io non la so vedere questa bellezza osannata negli scatti di ragazzine -e donne che pietosamente le imitano- che tutti seguono in atteggiamenti messianici, e non credo in nulla di quello che vedo: continuo a dubitare e sbaglio spesso, spessissimo. E in questo mondo non va bene sbagliare, la seconda possibilità non esiste. Siamo infedeli per tutti, non crediamo in niente perché non abbiamo niente in cui credere. Niente in cui perderci e niente da amare, trovare parole che ci spieghino la verità, un’idea che è un miraggio, un’oasi del deserto che al posto di acqua offre petrolio. Quell’inizio, la ragione insita del mondo è davvero dentro di noi, che sia universale, singolare, non importa, e ora che non abbiamo più nulla da cercare abbiamo smesso di cercare anche noi stessi, perdendo la testa. È meglio pensare che niente sia reale, che siamo impulsi elettrici, e probabilmente lo siamo davvero, ed essere condannati all’epicureismo, vivere in questa vita perché dopo chi lo sa. Allora torno all’inizio di tutto e grido ‘so solo una cosa, di non sapere niente’.

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Personalità divine

Non penso di capire. In realtà poi di questa vita non capisco un sacco di cose, e credo onestamente che alcune mie domande rimarranno senza risposta per tutto il tempo in cui me le chiederò. Qua si tratta di affidarsi alla religione, e scegliere quel Dio, o di affidarsi a se stessi, e trovare un altro Dio, dentro ciò che sono. Quanto poi sia difficile anche solo pensare di avere Gesù o l’Arcangelo Gabriele con la mia faccia è un’altra storia. Ma queste sono cazzate, mari di minchiate, che magari potrei far dividere come Mosè, data la posizione privilegiata nel mio culto millenario.

Padre mio, che sei dentro di me, vorrei farti un paio di domande, anche se la tua conoscenza a quanto pare equivale alla mia, quindi non so se alla fine ti chiederò davvero qualcosa. Insomma vorrei sapere il motivo per cui nella vita capitano certe cose, e non dirmi che è perché hai un piano, so perfettamente che non lo hai, visto che io per prima un piano della mia vita non lo ho. Vorrei sapere perché sulla strada hai messo degli alberi che con le radici spezzano il mio asfalto e mi fanno cadere ogni volta; vorrei sapere perché hai deciso, nella tua ponderata lungimiranza, di non darmi nessun indizio e organizzare un caccia al tesoro dove il tesoro non è ancora stato deciso e forse non lo sarà mai. Se busso alle porte del mio petto le costole non si aprono, le colonne del mio stesso mausoleo mi sono celate, potrei scoprire che in realtà il mio cuore ha le pareti di vetro e i rosoni delle chiese gotiche che mi piacciono tanto al posto della valvola mitrale e di quella aortica. Ma non lo saprò mai,  la mia vita non mi permette di entrare, mi lascia allo scoperto, sdraiata per terra a guardare le stelle in una notte in cui non ne vedo neanche una. E magari tra poco piove anche. Mi vuoi dire cosa devo farci io con questa vita? Mi vuoi dire cosa cercare, dove finire, come capire?

Ma come ho detto, se busso per entrare, mi rispondono solo i miei battiti che bussano per uscire.

Maria mia, dammi la sicurezza nel vedere un labirinto che non mi mangi ma mi faccia correre su tutte le siepi trovando subito un’uscita. Se poi riesci anche a darmi un po’ di equilibrio non mi lamento, così non finisco per scivolare a terra. Quando sono nata da me stessa avrei voluto sapere se sarei diventata comunque così, se i miei occhi invece non sarebbero diventati scuri se l’avessi voluto io. Se su tutto questo ho un qualche potere, o se il mio trono è di cartapesta e il mio scettro è un manganello che mi ha spaccato le ginocchia. Secondo me ho il tuo stesso sorriso quando non mi accorgo che qualcuno mi sta vedendo, anche solo se sono riflessa su un ricordo. Mi chiedo se te, rispetto a papà, sai qualcosina in più e non lo vuoi dire. E per una volta sono sicura che me lo dirai.

Anche perché se non lo fai poi ti faccio passare l’Inferno. Ma poi no, Maria, tu puoi andarci all’Inferno?

Figlia o figlio mio, a te non chiedo nulla, che in fatto di domande e risposte per una volta c’è qualcuno messo peggio. Anche se non bisogna saper parlare per poter vedere.

Amen?

Pensieri che zoppicano

Non sono mai riuscita a farmi crescere le unghie, in tanti anni di vita non ci sono mai riuscita. Il che fa ridere, visto che ci ho provato così tante volte. È proprio il fatto di riuscire che non fa per me. Del resto, mentre davanti a me ho la vita, non riesco a far crescere neanche quella, non ho idea di cosa farci, forse dipingerla, strapparla, mangiarla. Ma io non sono qui per parlare di cose difficili, ho finito gli esami e sto bene. E la patente, quella no, ancora non l’ho presa -mi hanno bocciato, lo ammetto. La cosa triste è che non mi pesa per niente, mi scivola addosso, come ogni cosa che non mi interessa. Lo considero un problema, questo scivolare addosso: non riuscendo a fingere interesse per le cose che appunto non mi interessano, sul mio viso si può leggere tutto quello che penso. Un libro aperto, con gli occhi di mare. Un libro bianco, da scrivere o da rimanere per tutta la vita senza neanche una parola. Sta a me scegliere di prendere la vita per mano e farla toccare montagne e evitare gli abissi -se poi evitarli sia un male credo non lo saprò mai. Ho un po’ paura di tutto, di cose stupide e di cose troppo grandi che per altri sono troppo piccole. 

‘E se lo guardi cosa vedi?’

Cosa vedo, a volte mi capita di pensare di avere davanti a me una porta che sussurra un ‘aprimi’ troppo dolce per essere vero, a volte un piccolo viale di intarsi di legno, in cui perdersi e lasciar cadere tutta me. Non saprei dirlo, mi sento giù e poi su, in un abisso dove siamo ciechi entrambi e le mani si trovano per uno spasmo sordo. Vedo anche la spontaneità di una vita che invece cresce, come edera, tutto intorno a me e mi entra nelle labbra, la purezza di uno sguardo che nasconde mille, qualcuno ritirato e qualcuno lanciato così avanti da non poter più tornare indietro, ma solo andare più lontano. Sono occhi che ad ogni passo ne fanno due e come se fossero una sfera di cristallo, vedessero quel domani, quello che abbiamo già vissuto senza rendercene conto. Forse dovrei mettere gli occhiali e osservare meglio, vedere ciglia nere che si intrecciano in un bacio e si amano come possono, in un fruscio; vedere una carezza scivolare sulla pelle e divorarla nella sua tenerezza, un morso troppo profondo e una lingua soffice come il cuscino dove i capelli si spargono come raggi; vedere un respiro soffiare più forte del vento. Ma gli occhiali non li ho ancora comprati e se lo guardo vedo solo dita afferrarsi perché di stare da sole, per una volta che vale una vita, non ne hanno la benché minima voglia.