Passenger

A volte penso che non sapere niente non sarebbe così male -allo stesso modo sapere tutto. Perché in realtà, vivere così, in questo mare che non sa né di dolce né di salato, mi lascia pienamente insoddisfatta. Mi sembra di navigare e non lasciare alcuna scia dietro di me, neanche una lacrima di spuma. Forse è giusto così, barcamenarsi nella mediocrità, respirare aria sputata via già da altri e non offrire nulla di nuovo all’altare del mondo, nessuna corona di fiori, nessuna ecatombe, nessuna preghiera. Se mi chiedessero di raccontare cosa so, tutto quello che so, farei scena muta. Perché infondo infondo, nel mio lago del cor, so di non sapere niente e che nulla mai potrò sapere. Mi chiamo Alessandra e non avete bisogno di sapere come sono per capire chi sono. Preferisco lasciarvi immaginare che sia chiunque, cosa che sono, del resto, se mi vedeste in una stazione affollata, non riuscireste a riconoscermi, sono una tra tante. Quando mi guardo allo specchio mi sembro una rosa gialla, con petali forgiati sulle mie braccia e spine al sapore della mia saliva, che non punge e né avvelena, dolce come la linfa di un salice cresciuto in bilico sul mondo. Forse perché quello che so di sapere riguarda solo il mio piccolo universo, non sono altro che un passeggero di questo mondo, che cammina e non sa dove va. Qualche volta do un’occhiata fuori dal finestrino, qualche volta mi fisso i piedi e incrocio lo sguardo di un altro passeggero come me, per riconoscerci non dobbiamo nemmeno di guardarci. Anche lui è una rosa gialla, anche lui non sa niente, e anche a lui va bene così -va bene vivere in questo mondo e nasconderne un altro sotto la pelle, e lasciarlo respirare solo nel buio delle tue notti.

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Cinque anni

Non ricordo quando l’ho incontrato per la prima volta , se fosse inverno o estate –era marzo, né autunno né estate, io stavo camminando e il sole era alto su in cielo: sembrava voler illuminare solo te.

Non mi ricordo se ho capito di amarlo sin da subito o dopo anni- ti ho vista e ho saputo che eri te tutto quello che cercavo, che quelle mani, quella bocca erano già mie.

Non mi ricordo di averlo voluto- l’ho voluto come non avevo mai voluto qualcosa nella mia vita, proprio come si desidera nascere di nuovo.

Ora, appena sento il suo nome tutto si sfuma e si dissolve in quelle parole che non abbiamo mai avuto il coraggio di dire, ed io mi perdo subito tutti quei ricordi; fatico ad afferrarli tutti, mi sembrano barchette di carta in una fontana profonda quanto il cielo. Del resto non so neanche quando mi ha baciato per la prima volta –sotto un faggio, ed era autunno, né estate né inverno; io avevo un maglione largo e blu, lei aveva le labbra più dolci che avessi mai assaggiato. Non ricordo il primo ti amo, la prima volta, non ricordo nulla. Ma quando l’ho rivisto dopo tutto quel tempo, tutti quegli anni, quello sì, quello me lo ricordo.

Mi ero legata i capelli in una coda troppo alta quella mattina, e in jeans tornavo a casa. Lui non mi ha riconosciuta sulla metropolitana, io l’ho visto di schiena e già avevo capito chi fosse.Strana la vita. Appena pensi di essere andata avanti, di anni cinque ne erano passati, ritorna il tuo incubo e ti rendi conto di non averlo mai voluto superare e che invece avevi pregato solo per sognarlo di nuovo, nonostante il male, tutto quel soffrire la notte e piangere in bagno.Avevo le cuffiette eppure non sentivo più nulla. Lo guardai, e mi vidi tra le sue braccia, in un suo bacio, quelli che mi facevano girare la testa per tutto il mondo. Avevo davanti quello che pensavo essere la mia felicità e non feci nulla, finché non capii che dovevo fregarmene di tutte quelle regole, che dovevo provare per una volta a rischiare, rischiare di cadere sulla borsa della signora accanto a me per raggiungerlo, rischiare di perdermi in tre metri e cadere invece in uno sguardo. Già sapevo che sarebbe andata così. E così avvenne, tranne per la borsa, che evitai.Finsi di sbattergli contro, sotto gli occhi di tutti. Mentre io bisbigliavo un ‘mi scusi’, lui già si era girato dall’altra parte, senza nemmeno guardarmi. Persi le speranze e tornai sui miei passi, accanto alla borsa, che salutai con un sorriso. Mi sentivo così piccola.Abbassai lo sguardo e decisi di non fare più niente. Fu lui a trovarmi e riconoscermi, ma nemmeno lui disse nulla. Ci comportavamo da sconosciuti, noi due, che ci conoscevamo meglio di qualunque altro.La realtà era che non eravamo semplicemente in grado di lasciarci scivolare via tra le dita, sapendo cosa potevamo essere. Sarebbe stato come vedere l’infinito a portata di mano e non afferrarlo. Ebbi il coraggio di guardarlo poco dopo. Anche lui alzò lo sguardo e incontrò il mio.Respirammo e mi cadde una cuffietta, rivelando i rumori della metro e quello del mio affanno.

«Alessandra» disse, come se bastasse dire il mio nome per tornare indietro, era così.

«Riccardo» risposi e assaporai il momento più che potei, il suo nome sapeva di sbagliato, di sporco, di vecchio, eppure, alla mia bocca appariva come dolce e soffice, come il suo sorriso, quello che regalava solo a me.

Amor caecus

Ci vuole poco per oscillare, e ancora meno per cadere, o semplicemente per sprofondare. A cadere dentro di te ci ho messo il tempo di un passo, sono inciampata tra le tue labbra e ho barcollato mentre mi reggevo al tuo sguardo. Ma non mi hai mai aiutato davvero, in un certo senso ti piaceva vedermi affannare, forse anche affogare in ciò che meno conoscevo. Lasciavi che mi accasciassi ai tuoi piedi, tu mi guardavi con occhi pieni di trionfo e non so se hai sempre voluto che mi rialzassi. Solo che l’idea di cadere di nuovo nei tuoi discorsi e nella tua bocca era troppo allettante: finire lì dentro era come bearsi di una piccola oasi al di fuori dal mondo, che riusciva quasi a proteggermi dai miei stessi pensieri. Non ero io a scegliere quando ruzzolare giù per la tua gola e smettere di respirare, era come se diventassi un buon vino che trangugiavi in un sorso, senza nemmeno sentire le mie dita appigliarsi a te. E per quei pochi secondi riuscivo a sentirmi la donna, la cosa più importante del mondo. Non ho mai capito qual era il mio sapore, quale il mio profumo. Sono cose che non sono in grado di svelare, coperte come sono da una patina sudata e vecchia, che non mi appartiene: io, che sono fresca e giovane avvolta in una seta millenaria, tu che dentro perisci, sembri il più impavido uomo che questa terra abbia mai partorito. Solo io e te sappiamo, solo io e te fingiamo.

Stringimi

  Spesso divento una bambola e mi fermo davanti a te. Appena scorgi il mio sguardo, io già ti osservo, silenziosa come un gatto ti passo accanto mentre tu guardi dove ormai non c’è più nulla. Così mi avvicino, centellino i passi e li peso su una bilancia come se fossero orme d’oro, disegnando quella via lunga quanto la mia vita, intricata quanto la tua. Servirebbe un filo di Arianna per uscirne, ma ho finito il nastro e ne ho solo per bendarmi. Non voglio vedere quello che mi tocca, né quello che sogno, li lascio vagare nella notte che siamo diventati: sembra che non ci sia uscita e mi sento soffocare sempre più. Sono le tue mani a stringermi o le mie? ho smesso di riconoscerle da quando le hai accarezzate sotto la luna di un luglio lontano, sfumato nei tuoi occhi e in un riflesso dei miei. Sei così bello e non te ne rendi conto, e allora decido di camminarti sopra, delicata come velluto sopra il petto e dentro le tue mani. Busso prima di entrare, insicura. E aspetto che tu spalanchi questa maledetta porta, graffiata dalle stesse unghie che graffiarono la tua schiena -cicatrici di sangue notturno e che profuma di gelsomino. La scosti piano piano invece, cigola, e mi osservi tu questa volta, sibili come un serpente il mio nome e io mi lascio cullare dalla tua voce sottile, mi manca. Non ho bisogno di guardarti per vedere cosa mi riesci a fare, so già come andrà a finire. Intanto ti osservo, silenziosa come un gatto ti assaporo e tu sei un bicchiere di vino rosso, ricco di storie da raccontare, ma che a me stanotte ricordano solo noi. Tu già mi sorseggi, e ho un aroma fruttato, a tratti pizzico la lingua -senti subito i miei artigli conficcarsi nella pelle e tra le labbra. Un’impronta sulla clavicola e una sul collo, una sul mento e l’altra sulla bocca a palmo aperto. ‘Di cosa so adesso? Di me o di te non ha importanza, serpe viscida e dolce gatto: insieme sappiamo di sonno e tenerezza, morbida quanto i cuscini bianchi su cui poggi la testa e stanca quanto la vita che abbiamo divorato con un ennesimo grido.’ Mi ringhi contro e non riesco più ad amarti come facevo un tempo, ti vedo ma non ci sei mai, i tuoi capelli sono più fini e mi sembrano bianchi, anche se li sento neri e giovani sotto le mie dita. Dove siamo finiti, un bacio costa alle mie guance uno schiaffo e alle tue una carezza. Guardami, non sono che un’ombra e mi trascino su strade non battute, sul pavimento della mia camera, dove il letto impera indiscusso ora che sopra non ci sei più tu a bloccarmi lì, incatenata da braccia di buio e stringhe di luce. Amami per questa notte, io non sarò più pesante di un tuo sguardo, sarò piccola piccola, ma grande abbastanza da amarti con tutta me.

Così

Non era diversa e non era neanche normale. Era lei, con i suoi pro e i suoi contro, e andava presa di conseguenza. Non aveva molto da dire, eppure nella sua testa si affollavano tanti di quei pensieri che nemmeno volendo sarebbe stata in grado di spiegare. Perché ad esempio, i suoi sogni erano colori puri che in natura non esistevano, o, se al contrario presenti, tonalità che non sapeva creare e che mai avrebbe realizzato. Qualche volta le veniva da piangere e allora si guardava allo specchio. Dentro i suoi occhi trovava un vulcano ricoperto di neve e divenuto letto di un dolce ghiacciaio. Mille venature tracciate da ruscelli di lava e ghiaccio convivevano lì e si amavano come due ragazzini inesperti. Spesso il vento le scivolava addosso, senza che lei desiderasse essere accarezzata sulla sua pelle fragile quanto la porcellana e scura quanto l’ebano. I capelli cadevano giù in ciocche disordinate e i riflessi ramati si notavano appena una qualche luce, artificiale o non, si posava sulla sua testa. Faceva caldo quella mattina, anche se era ancora marzo. Non che per lei i mesi avessero qualche importanza. Così come il vento la levigava, così faceva la vita: le sue rughe non la segnavano ancora da fuori, perché solo dentro mostrava le sue crepe, tanto nessuno si soffermava a scoprirla, troppo faticoso. Guardava il mondo da quei due occhi ipnotici e camminava per le strade con fare altezzoso e sicuro di tutto meno che di se stessa. Era così, e andava presa di conseguenza.

Se.

 Se urli le parole scappano dalla tua bocca ma sono mute. Se piangi le lacrime scendono finte. Se sorridi falsa la felicità ti sfugge.

Se stai in silenzio gridi squarciandoti la gola. Se non piangi lacrime si sangue scorrono rumorose sul tuo petto. Ma se sorridi, allora la felicità sorriderà di riflesso.

Insieme.

Le sue labbra sapevano di anguria succosa; i suoi occhi sembravano mare in burrasca; i suoi capelli erano sottili come la sabbia. Lei era la sua ambrosia, la sua tempesta e la sua spiaggia.

Le sue labbra invece sapevano di cioccolata calda; i suoi occhi erano del colore degli abeti; i suoi capelli erano soffici come la neve. Lui era il suo sapore, la sua tana e il suo calore.

Loro due, insieme, erano la curva e la retta, la siccità e l’abbondanza, il tramonto e l’aurora.

Eh già, sono ancora qua.

Lo so, speravate di non dover sopportare un mio post per oggi, ma mi dispiace molto rovinare tutti i vostri piani scrivendo, il punto è solamente che senza scrivere non vivo, o almeno mi sembra che qualcosa manchi all’appello, come se mi fosse sfuggito nell’ultima correzione. Infatti ho deciso che mi servirò di queste righe per illustrarvi per quale motivo ho voluto iscrivermi in un blog, anche se mi sembra di avervi dato fin troppi spunti per capirlo anche senza il mio aiuto, ma io adoro l’ovvietà, mi fa sentire più sicura, pertanto ve lo dico esplicitamente: ho aperto questo blog per poter scrivere tutto quello che mi passa per la testa, pensieri giusti e sbagliati.

Lo scrivere mi è sempre stato accanto insieme ai libri che divoro ogni giorno come se fosse la mia professione, da quando volevo diventare una scrittrice di successo per bambini a sette anni, ad ora. Il mio sogno rimane sempre lo stesso,una variabile indipendente della mia vita a cui si appiccicano altri piccoli interessi momentanei, che però sono sempre utili a farmi svagare un po’. Le lettere mi hanno sempre fatto immaginare mondi lontani, universi soprannaturali e universi fin troppo vicini al mio: in un certo senso vorrei ripagare tutti gli autori di cui mi sono cibata inventando storie nuove, per non far marcire nelle note a piè pagina del libro che narra la mia vita la scrittura.  Di solito mi sento davvero stupida a parlare di quest’ultima come se fosse la mia migliore amica, ma, con l’aiuto della crescita, ho finalmente capito che lo è davvero, l’unica entità in grado di capirmi e farmi capire.