Un po’ sola

Non imparerò mai il dolore, non imparerò mai a cadere, perché quando mi faccio male strappo via le croste. Le ferite non sanno come rimarginarsi. A volte mi chiedo perché io voglia che le mie cicatrici rimangano in rilievo, come un crinale sulla mia pelle, un brivido soffocato. E intanto, comunque, cado. Ricordo quando scrissi, ormai un anno e mezzo fa, che tu eri un sole timido, che aveva smesso di tagliarsi i raggi perché se il mondo lo aveva graffiato aveva il diritto di farlo anche lui. Che strano mondo doveva essere quello, capace di tagliare la lava. Oggi il mio sole continua a splendere in una stanza un po’ buia, con gli occhi spenti ma che appena mi vedono brillano. Sembri un pulcino, che parla per vezzeggiativi, come se potessi tornare indietro, come se fossi un bambino con la paura del buio, di rimanere da solo.

Passenger

A volte penso che non sapere niente non sarebbe così male -allo stesso modo sapere tutto. Perché in realtà, vivere così, in questo mare che non sa né di dolce né di salato, mi lascia pienamente insoddisfatta. Mi sembra di navigare e non lasciare alcuna scia dietro di me, neanche una lacrima di spuma. Forse è giusto così, barcamenarsi nella mediocrità, respirare aria sputata via già da altri e non offrire nulla di nuovo all’altare del mondo, nessuna corona di fiori, nessuna ecatombe, nessuna preghiera. Se mi chiedessero di raccontare cosa so, tutto quello che so, farei scena muta. Perché infondo infondo, nel mio lago del cor, so di non sapere niente e che nulla mai potrò sapere. Mi chiamo Alessandra e non avete bisogno di sapere come sono per capire chi sono. Preferisco lasciarvi immaginare che sia chiunque, cosa che sono, del resto, se mi vedeste in una stazione affollata, non riuscireste a riconoscermi, sono una tra tante. Quando mi guardo allo specchio mi sembro una rosa gialla, con petali forgiati sulle mie braccia e spine al sapore della mia saliva, che non punge e né avvelena, dolce come la linfa di un salice cresciuto in bilico sul mondo. Forse perché quello che so di sapere riguarda solo il mio piccolo universo, non sono altro che un passeggero di questo mondo, che cammina e non sa dove va. Qualche volta do un’occhiata fuori dal finestrino, qualche volta mi fisso i piedi e incrocio lo sguardo di un altro passeggero come me, per riconoscerci non dobbiamo nemmeno di guardarci. Anche lui è una rosa gialla, anche lui non sa niente, e anche a lui va bene così -va bene vivere in questo mondo e nasconderne un altro sotto la pelle, e lasciarlo respirare solo nel buio delle tue notti.

Buonanotte.

Quante domande vagano nella mente, come mille flutti, volute di spuma che scrosciano alle porte di ogni mio pensiero. Forse dovrei andare, camminare lontano e precipitare dai confini del mondo, mi aspetterebbe una piuma soffice di lacrime: quei pianti soffocati nella notte, urla che sussurrano ‘aiuto’ e che non vogliono farsi sentire. L’orgoglio, brutta bestia, mi assale, ma non mi renderà bella. Perché io bella lo sono già, con tutte quelle crepe che mi solcano le guance e quel masso enorme che preme sul petto, che non mi fa respirare. Potessi almeno polverizzarlo, invece quel parassita mi vive sopra, ruba la mia anima con artigli rocciosi. Pesante, pesante, pesante. Tutti abbiamo quel peso. Chi lo porta sotto gli occhi, chi negli occhi, chi dentro la carne. Graffiata come un disco in vinile usurato, che suona gracchiando e inceppandosi ad ogni giro che compie. Come te, come il cerchio, come la luna, il sole, l’orologio in cucina, le pupille, un buco nero -dove ti getti e ti fermi, dilaniate le carni dalla dimensione del nulla.

Breve, breve è la vita come breve è il tuo orizzonte. Lunga, lunga è la vita come lunga è la tua strada.

Non sorrido. Le labbra immobili in un ultimo spasmo di dolore misto ad un sadico piacere. Sono un ologramma di errori vissuti sulla propria pelle, accanto agli abissi, vicino le nuvole, una cornice di perle di fiume che contiene carbone. Il mondo non lo vedo più, offuscato dal peccato e la finzione, pieno di altri mondi ed altri ancora. Allora io ai confini della Terra ci vado davvero. Forse non mi attenderà una soffice piuma, ma un aguzzo coltello. Affilato mi trafiggerà e spezzerà il mio masso. Ma lì morirò, stuprati tutti i limiti, io cadrò morta. Meglio questo peso o la morte? Meglio ciò che sarò o ciò che ero? Forse ciò che sono. Le mie lancette ticchettano più veloci, il mio tempo non mi basta. E allora sorrido.

Sola.

Eccoci qui senza idee, di nuovo. Che sia chiaro non perché io abbia una mente noiosa -….- tanto quanto perché nessun argomento mi sembra adatto. Potrei parlare delle mie vacanze, ma mi sembra banale, potrei parlarvi dell’ambiente, di letteratura, tuttavia preferisco scervellarmi su una branca del mondo ancora inesplorato: me stessa. Chissà se mai qualcuno sarà in grado, o almeno vorrà, scostare il velo sotto cui celo i miei lineamenti meno delicati e le mie emozioni più marcate. Quei sentimenti che non lascio scappare dalla mia gabbia toracica, li imprigiono nelle mie costole. Ma poi, parlando seriamente, di cosa potrei mai parlarvi? Del mio senso di inadeguatezza o della mia timidezza? Di ciò che provo o che vorrei provare. Vorrei vivere una vita costellata di baci, attimi fuggenti e labbra morbide, mentre le mie stelle sono lettere nere come la pece, i miei istanti sono interminabili e le labbra sono screpolate. Sono sola, sola come poche volte ho pensato di poter essere e al tempo stesso non lo sono, come è possibile? Vivo una dicotomia perenne,  due strade parallele si inalberano tra le mie terminazioni nervose e mi sfiorano il cervello. E io cosa dovrei fare? Sono solitaria, ma mi piace stare insieme. Sono il confine, il filo che unisce due pezzi di un tessuto. Sono io, la ragazza sola in compagnia.