Non saprei

Ho imparato ad amare lentamente, dolcemente, come quando ci si addormenta senza rendersene conto. Ho imparato ad essere me stessa nello spazio di un passo lungo quanto basta per contenerne altri cento, perché alla fine ho imparato anche che tutto è relativo. Ho imparato a vivere con te e senza di te, e sto ancora imparando a vivere sola, senza braccia in cui rifugiarmi dopo una giornata, una vita, sfiancante. Di questi tempi tutti corrono e io non so fare altro se non guardarli e pensare se è così male, poi, avere un lampadario sopra i capelli e nessuna idea, se non cosa cucinare stasera, che di per sé è già un grande risultato. Ho imparato come piangere anche quando non ce n’è bisogno, forse perché inizio già ad avere nostalgia di un viaggio che non ho ancora intrapreso del tutto. Inizia a mancarmi il mare e solo ora capisco di averne uno dentro, che argino in questa nottata un po’ spettinata. Mi chiedo quante volte sei riuscito a solcarmi senza che io me ne accorgessi, in questi anni che con te sono sembrati poche ore. Non so bene cosa dedicarti, se non tutta me, una Venere di sale e di ghiaccio.

Mi manchi, tu e le tue mani, e un po’ stasera ti odio a non vederti accanto a me.

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09-02-2017, 03:19

Oggi, e non lo faccio spesso, vorrei parlare un po’ delle mie cazzate pseudo filosofiche. Molto probabilmente però, conoscendomi, non finirò ciò che mi sono prefissata di dire, forse proprio perché il bello di questi discorsi è la spontaneità con cui sgorgano, ancora confusi, ancora aggrovigliati. Ciò su cui mi sono soffermata è quanto la cultura si riverberi nella vita di tutti i giorni, attraverso un concetto quasi subalterno della stessa, e quanto invece la cultura ‘libresca’ sia ritenuta indispensabile ma non per questo valore condiviso da una società. Così il reietto si scopre quello che non guarda la televisione, e magari legge. Insomma, per essere accettati da una  società mediocre bisogna veicolare valori mediocri, come il bell’aspetto disunito dall’ «agathós», per dirla alla greca, più semplicemente il buono che dovrebbe appartenerci, l’empatia che ci ha permesso di crescere verso un ideale di vita associata basata sulla condivisione di valori solo possibili se sociali e socializzanti, sebbene poi divenuti gerarchici e castali. È così che i capisaldi della nostra cultura si dimostrano essere parole che non esistono, in una notifica del telefono, e si sgretolano sotto pesi che non sapevamo di portare fino a quando, per sbaglio, una sera ci siamo guardati allo specchio e non ci siamo visti lì, ma da qualche parte lontana, con il mare tra i capelli, forse era il cielo. Ma non lo possiamo sapere, perché il nostro specchio è nei bagni pubblici di una stazione, con la realtà che sa di sporco, come tutto quello che abbiamo scoperto di avere intorno in una frazione di secondo. Eppure preferiamo dimenticare tutto quanto, e facciamo le cose tanto per fare, un figlio fatto di corsa, in una notte finita anche lei in bagno, a vomitare l’anima e anche qualche cosa di più. 14959054_1215443071863238_764427576_o

La cosa più spaventosa è questa che è questa dipendenza morbosa a renderci umani, questo desiderio di condivisione e di compassione. Eppure il modo di vivere da osannare è quello di chi non si lascia trasportare da alcuna emozione: vince chi non prova ad essere se stesso. E da qui partirebbero altri mille pensieri, che non saprei neanche bene come scrivere, poi finisce che diventa un casino e ci metto dentro di tutto, questa immensa storia umana fatta solo di maschere, sono costellazioni di personalità naufraghe e stanche, abbandonate lontano dalla riva di se stessi.

Insomma, come si può credere indispensabile una cultura che non viene cibata di nessun nuovo pensiero se non di ririricorsi della storia, di un ‘tutto scorre’ che sa tanto di hipster e di vissuto. Sono queste le minchiate che ammazzano ogni novità, altro che le guerre di religione, sono cose più concrete, è la troppa libertà, che si sa, dà alla testa, come tutto ciò che non è mediocre. Si vive bene soltanto nel mezzo, tocca trovare un rifugio in cui nascondermi non appena il mondo si fa più terso.

Un po’ a caso

 

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Qualche volta mi incanto, con la faccia da ebete, sì quella lì, gli occhi di vetro. Vorrei sapere cosa si ci riflette quando non vedono più niente, e guardo la finestra del salone, che secondo me è troppo grossa e prima o poi qualcuno ci sbatte contro. È che mi piacciono le cose pulite e ci passo le giornate a passarci di tutto, brillantanti comprati con l’offerta del giorno. Una vita un po’ triste, passata ad incantarsi delle cose troppo piccole e non notare che su quella finestra, su quella mia vita, un graffio c’era, ed era lungo quanto le mie braccia, lungo i fianchi, inerti, incantate anche loro.
Qualche volta mi chiedo se non bevo troppo caffè, e so darmi anche una risposta subito: ne bevo troppo, mi ubriaco di caffè perché con il vino ho già dato. Gli anni più leggeri passati con una bottiglia nascosta nella scatola dei giocattoli vecchi, mia mamma che la trova e la lancia dal balcone, ‘sei troppo piccola’ e allora mi chiedo anche se questo troppo caffè, questo troppo piccola, troppo grande in realtà non sia tutto una copertura per non lasciare che la vita si viva davvero, con il caffè e il vino in una tazza, a solleticarti l’anima e una lingua paralizzata.
Qualche volta mi perdo in una giornata di fumo e nebbia, che sembrano uguali e invece non ci prendono niente. Sarà che a me la puzza di bruciato sembra un profumo, sarà che a me il troppo fa impazzire, e mi faceva impazzire anche lui, e troppo non è stato mai. O almeno troppo un po’ sì, ma al contrario, troppo poco, la sua carne non bruciata, non al sangue, ma fredda di frigo, come la domenica a pranzo, che la tiro fuori dalla confezione gialla e strappo la plastica e la mangio anche io quella bistecca, mentre vorrei mangiarmi solo tutti i mattoni di casa mia, farla scomparire e rimanere senza tetto, senza lui. Non so quanto sia normale desiderare tutto questo, desiderare di scomparire senza dover morire, tanta gente ci avrà pensato, tanta gente sarà scappata. Io però mi incanto e si è fatta ora di pranzo, scongelo la carne -il caffè mi cade sui piedi.

Perdere

Avevi una felpa bruttissima, e la testa nascosta nel cappuccio, lo sguardo basso che ti fa innamorare, io che non avevo mai voluto due occhi così addosso,  e non capivo come si potesse vivere senza averceli. Ero piccola, non che adesso io sia tanto più grande, ma qualche anno è passato. Ma, come solo io posso fare, continuo ad addormentarmi con te sulle labbra, a scrivere il tuo nome sul polso – magari mi finisci nel sangue e mi ricordo i tuoi occhi, quando mi baciavi la pancia troppo morbida e le mani troppo sudate.

Non mi hai detto ‘ciao’ la prima volta che ci siamo visti, e forse se non ti avessi salutato io non mi avresti neanche rivolto la parola. Poi mi hai guardato e avevi lo sguardo di chi è già un po’ perso. Io non ci capivo niente e avevo la testa lontana, già dentro di te, con le dita tra i tuoi capelli neri. Ti ho sorriso così tante volte che ho perso il conto, con te perdevo un po’ il conto di tutto, dei passi che avevo allungato – fare il giro lungo per arrivare a casa e rimanere seduta per terra, chiusa fuori -, i minuti ad aspettarti alla fermata come una cretina. Mi hai baciato di fretta e a me tremavano le gambe, proprio sulla banchina, con il treno che scappava via. Per tornare a casa ho corso e non ho mangiato niente la sera e il giorno dopo, lo stomaco chiuso come le quattordicenni, ma io quattordici anni ce li avevo davvero.

Quanto tempo a pensare ‘e se’, se tu fossi stato qui, se io fossi stata lì, se un’altra estate, un po’ più grandi tutti e due, se mentre stavi ripartendo ti avessi dato un bacio sarebbe stata la stessa cosa, questa vita, questa vita adesso. Non so, con te non so niente, e quel bacio sarebbe stato da sogno, un po’ di fretta perché noi siamo sempre stati di corsa, a rincorrere due settimane che non ci sono mai state accanto, solo di fronte. Le ho afferrate solo per un attimo e con le scale mobili me ne sono andata. Avevi le cuffiette ma in realtà ascoltavi me, che senza dire nulla ti avevo aperto il mio mondo.

Sorridere?

 

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Se c’è una cosa che non dimenticherò mai è il suo sorriso. Potreste dire ‘banale come scelta per descrivere l’unica persona che hai mai amato’, ma è l’unica cosa che non dimenticherò mai davvero. Il sorriso che dico io non era uno dei tanti che si fanno, quei sorrisi distratti, un po’ di fretta, era un sorriso che non lo lasci più.

Non so perché lo feci, tuttora non saprei spiegarmelo, non era destino, Karma o comunque si chiami, probabilmente era sfiga, una sfortuna che decise di srotolarsi in un pomeriggio di Gennaio, con il sole che scappa troppo presto e quando c’è preferisce coprirsi sotto le nuvole, con Claudia che aveva un maglione rosso scuro, e io che non avevo più niente. Baciai Flavia quasi per sbaglio, dopo aver studiato troppo e aver bevuto un caffè amarissimo nel tentativo di svegliarmi almeno un po’, sarà che a me le giornate di pioggia mettono sonno. Magari stavo dormendo e non mi sono neanche accorto di quello che stavo facendo, ma se dicessi così sarei solo un bugiardo. Alle gambe di Flavia ci avevo pensato tante volte, lo ammetto, e anche ai suoi occhi marroni, che a differenza del caffè sembravano essere dolcissimi, quasi un cerbiatto, glielo dico ancora quando si mette tutto quell’ombretto,  anche se secondo me non le sta nemmeno così bene. A Claudia stava bene tutto invece, anche gli ombretti che detesto e i vestiti larghi, quelli da domenica mattina in pigiama, una maglietta lunga, bianca, senza reggiseno. Quando la vedevo camminare per casa qualche volta pensavo alla sera in cui ci eravamo conosciuti, in Corsica, lei amica di un mio amico che non era così tanto un mio amico, mentre io un bacio sulla spiaggia già me lo immaginavo, un bacio come in quei film che odio, ma che ho amato sulle sue labbra, con la sabbia sotto i piedi e il sale ancora in bocca dopo il bagno. Comunque io a Flavia ci avevo pensato un sacco di volte, anche se, nonostante le gambe chilometriche, quelle magliette larghe non le stavano bene, forse perché Claudia aveva anche la vita larga – e i fianchi stretti-, una vita tanto larga da farci stare anche me, accoccolato in un suo abbraccio.

Qualche sera, mentre Flavia si infila nel letto accanto a me, penso a quella Corsica e a quel sorriso, che mi divora. Mi sorrise proprio mentre stavo baciando Flavia, dopo due anni dal nostro, di primo bacio. Mi sorrise e io la vidi, mentre accarezzavo una di quelle gambe su cui avevo sognato di correre, non rendendomi conto di quanto fosse bello anche solo stare fermo con Claudia, a guardare un film, le stelle. Con Flavia era stata tutta una corsa invece. Si era messa a posto la maglietta, poi si era pettinata i capelli, e Claudia mi sorrideva, ormai lontana da me e a due passi dal letto dove ci eravamo amati così tanto. Anche se aveva uno sguardo azzurro, dentro ci vidi il nero di quel caffè amarissimo, bruciato, caduto fuori dalla tazzina. Il mondo che crolla sotto i piedi, in una pioggia di sorrisi di caffè, nelle maniche che la vedevo stringere,  un sorriso con i denti e con le labbra rosse, che tremavano.

Non mi ha più detto una parola, non mi ha più sorriso, non mi ha più guardato. E se la vedevo di nascosto, lei con le guance arrossate appena scesa dal treno, lo stomaco diventava piccolo, e Claudia correva sulle sue di gambe, era cresciuta con un singhiozzo. Ho iniziato a seguirla, Flavia era pazza di me, l’ho seguita per due anni, senza mai avere il coraggio di toccarla, sfiorarla e cercare un altro inizio, mi vergognavo troppo, dopo quattro anni ho sposato Flavia, e quando ho detto sì lei mi ha sorriso, io dentro di me piangevo.

Claudia non è venuta al mio matrimonio, io al suo ci sono andato e mi sono seduto in fondo alla navata, con lo sguardo basso. A Massimo ha sorriso distrattamente anche lei mentre prometteva tutto il suo amore -chi se non un coglione come me non l’avrebbe fatto- e forse anche lei stava piangendo dentro. L’infelicità non era mai stata così dolce.

In fiamme

Era nata cadendo. Non che fosse caduta dalle gambe di sua madre e avesse sbattuto la testa, ma aveva rischiato di farlo. L’aveva salvata una donna che non sarebbe dovuta essere lì: le piaceva pensare che il Fato avesse deciso di volerle bene in quel momento, ora che caduta lo era per davvero e aveva la giacca sporca di pioggia e di fango. Non sapeva dire in tutta sincerità come fosse inciampata, se fosse stato un singhiozzo dell’asfalto, o se lo sgambetto se lo fosse fatta da sola. Si accarezzò le mani e una striscia nera di terra le disegnò un bracciale attorno al polso. I fogli sparsi attorno a lei sembravano delle lenzuola spiegazzate, su cui si era addormentata per sbaglio e  dove aveva finito per lasciarci l’anima, in lettere nere quanto quella riga di fango sulla mano. Nessuno la aiutò e lei guardando il cielo si chiese dove fosse quel Fato che l’aveva raccolta, mentre la camicia stirata non era altro che un lontano ricordo.

«Sei in ritardo, e sei lercia» E tu sei un po’ stronzo.

Fenêtre

Allora pianse, si scagliò contro se stessa al ritmo dei singhiozzi che rilassavano e inasprivano tutte le sue emozioni, perse lentamente la propria volontà; e fece la cosa più idiota che le balenò per la testa: afferrò il bicchiere, lo osservò in un ultimo desiderio di vedere quell’arcobaleno e poi lo lanciò contro la vetrata. La finestra accusò il colpo con una crepa che percorreva tutta le sua lunghezza. Fu il bicchiere ad andare in mille pezzi e subito Emma raccolse da terra un frammento abbandonato. Si graffiò il torace, le gambe, le braccia, le mani, l’orecchio destro, quello sinistro, le labbra, le guance. Il sangue le scorreva sulla pelle diafana.

Si alzò in piedi.

‘Tom, mi vedi? Sono qui davanti a te. Perché non mi vedi? Forse il sole non mi illumina abbastanza?’

Mosse un passo verso la finestra.

‘Ora?’

Spalancò le braccia, ali di albatros. Stava per gettarsi in un volo incompreso e planare tra le nuvole. Non sarebbe più tornata, immersa in una densa spuma di ricordi sbiaditi. Si vide riflessa sullo specchio che quella finestra era diventata. Era un albatros? Era stata crocifissa e non se n’era nemmeno resa conto? Non aveva sentito i chiodi conficcarsi nella pelle, nelle piume? Il dolore, la gioia, il moto silenzioso dei pianeti, il caos, la gravità, la leggerezza, il sangue, le lacrime, addensati ai suoi piedi  proprio sul parquet chiaro?

Forse un albatros messo in croce.

La vide cogliere da terra un pezzo del bicchiere e iniziare a disegnare sulla su
a pelle una cartina di sangue e ferite; il torace, le gamb
e, le braccia, le mani, l’orecchio destro, quello sinistro, le labbra, le guance, percorsi da linee confuse e che portavano solo a lui. Poi lei si alzò in piedi –l’aveva visto?- e aprì le braccia come per spiccare il volo. Sembrava un angelo, bianco, assoluto, immacolato, puro, candido. Avrebbe voluto toccarla, sentirla, guardarla senza quella maledetta vetrat
a di mezzo.

‘Emma, mi vedi? Sono qui davanti a te. Perché non mi vedi? Forse il sole non mi illumina abbastanza?’

Spannò il vetro per vederla meglio.

‘Ora?’

Capì solo guardando lei, un angelo in lacrime, cos’era successo. Capì di essere stato risucchiato in un tunnel buio che mai avrebbe trovato uno spiraglio di luce. Capì di aver speso tutto quel tempo vivendo confinato una grotta piena di stalattiti che erano morbide come i suoi capelli e gridavano il suo nome. Capì di essere stato avvolto dalle sue braccia ogni notte, solo che le mani di Emma lo accarezzavano in modo diverso: il tessuto delle lenzuola, il respiro della notte. Capì di non aver capito niente e pianse come un bambino che si era sbucciato le ginocchia, anche se lui si era graffiato la vita. Capì di non aver fatto altro se non lasciarla scivolare sulla pelle in un fiume di scelleratezza, che magari aveva scavato quel tunnel dove ora oscillava, come un impiccato senza corda.

Stringimi

  Spesso divento una bambola e mi fermo davanti a te. Appena scorgi il mio sguardo, io già ti osservo, silenziosa come un gatto ti passo accanto mentre tu guardi dove ormai non c’è più nulla. Così mi avvicino, centellino i passi e li peso su una bilancia come se fossero orme d’oro, disegnando quella via lunga quanto la mia vita, intricata quanto la tua. Servirebbe un filo di Arianna per uscirne, ma ho finito il nastro e ne ho solo per bendarmi. Non voglio vedere quello che mi tocca, né quello che sogno, li lascio vagare nella notte che siamo diventati: sembra che non ci sia uscita e mi sento soffocare sempre più. Sono le tue mani a stringermi o le mie? ho smesso di riconoscerle da quando le hai accarezzate sotto la luna di un luglio lontano, sfumato nei tuoi occhi e in un riflesso dei miei. Sei così bello e non te ne rendi conto, e allora decido di camminarti sopra, delicata come velluto sopra il petto e dentro le tue mani. Busso prima di entrare, insicura. E aspetto che tu spalanchi questa maledetta porta, graffiata dalle stesse unghie che graffiarono la tua schiena -cicatrici di sangue notturno e che profuma di gelsomino. La scosti piano piano invece, cigola, e mi osservi tu questa volta, sibili come un serpente il mio nome e io mi lascio cullare dalla tua voce sottile, mi manca. Non ho bisogno di guardarti per vedere cosa mi riesci a fare, so già come andrà a finire. Intanto ti osservo, silenziosa come un gatto ti assaporo e tu sei un bicchiere di vino rosso, ricco di storie da raccontare, ma che a me stanotte ricordano solo noi. Tu già mi sorseggi, e ho un aroma fruttato, a tratti pizzico la lingua -senti subito i miei artigli conficcarsi nella pelle e tra le labbra. Un’impronta sulla clavicola e una sul collo, una sul mento e l’altra sulla bocca a palmo aperto. ‘Di cosa so adesso? Di me o di te non ha importanza, serpe viscida e dolce gatto: insieme sappiamo di sonno e tenerezza, morbida quanto i cuscini bianchi su cui poggi la testa e stanca quanto la vita che abbiamo divorato con un ennesimo grido.’ Mi ringhi contro e non riesco più ad amarti come facevo un tempo, ti vedo ma non ci sei mai, i tuoi capelli sono più fini e mi sembrano bianchi, anche se li sento neri e giovani sotto le mie dita. Dove siamo finiti, un bacio costa alle mie guance uno schiaffo e alle tue una carezza. Guardami, non sono che un’ombra e mi trascino su strade non battute, sul pavimento della mia camera, dove il letto impera indiscusso ora che sopra non ci sei più tu a bloccarmi lì, incatenata da braccia di buio e stringhe di luce. Amami per questa notte, io non sarò più pesante di un tuo sguardo, sarò piccola piccola, ma grande abbastanza da amarti con tutta me.